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La Storia
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L'attuale nome
della cittadina, stabilito nel 1862 con regio decreto, è
composto da due parti di cui la prima si riferisce alla
denominazione che ebbe dal 1315 di Villa Sanctae Mariae
Maioris. Esso a sua volta aveva preso il nome dal casale
formatosi sui luoghi della precedente città abbandonata a
seguito delle invasioni barbariche, e che si era formato
assumendo come fulcro l'omonima chiesa di Santa Maria
Maggiore. La seconda parte fa, invece, riferimento all'antica
città di Capua che prosperò in età romana in quegli stessi
luoghi fino ai fatti che decretarono il suo
abbandono e la rifondazione di una nuova Capua, localizzata
attualmente a poca distanza dalla attuale SANTA MARIA CAPUA VETERE (spesso indicata come Santa Maria C.V., S.Maria C.V. o
S.M.C.V). |
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La "Capua" antica
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Contrariamente a quanto
ritenuto dagli archeologi del secolo scorso, la Capua antica,
a seguito dei rinvenimenti nel corso di questi ultimi decenni,
ha dimostrato di essere molto più estesa come abitato urbano,
mettendo in discussione il perimetro delle mura stabilito dai
vecchi studiosi.
Durante
la seconda guerra punica, divenne uno dei principali obiettivi
di Annibale: nel 216 A.C., dopo la battaglia di canne,
l'esercito cartaginese occupò la città e la fece diventare
avamposto, militare e politico, per le "scorrerie" nell'Italia
meridionale, alla ricerca anche di alleati contro Roma, nella
speranza di una successiva conquista della capitale. Annibale
ed il suo esercito vi passarono l'inverno, il condottiero ne
approfittò per portare avanti la parte politica della sua
azione: furono i cosiddetti "ozi di Capua" che secondo molti
storici, indebolirono i soldati e sarebbero stati una delle
cause della futura sconfitta cartaginese. Classe dirigente e
popolazione capuana appoggiarono la campagna di Annibale,
città troppo fiera per sottostare a Roma, la storia però volle
che a vincere furono i romani, così nel 211 A.C. la città
venne umiliata da Roma, che la ridusse a semplice prefettura
privandola di magistratura, senato e classe dirigente, divenne
un grosso deposito merci da lì il termine "il granaio di
Roma".
Spartaco
E' stato un gladiatore romano
che capeggiò una rivolta di schiavi, la più impegnativa
delle guerre servili che Roma dovette affrontare: viene
per questo motivo soprannominato "lo schiavo che sfidò
l'impero". Poco di preciso si sa sulla sua giovinezza: è
comunque certo che nacque in Tracia da una famiglia di
pastori; intraprese la professione dei padri, ma ridotto
in miseria accettò di entrare nell'esercito romano. |
La dura disciplina cui era
obbligato ed i numerosi episodi di razzismo che dovette subire
all'interno della milizia lo convinsero a disertare e a
scappare. Catturato, fu giudicato disertore e condannato,
secondo la legge criminale militare romana, alla riduzione in
schiavitù. In seguito, intorno al 75 A.C., fu destinato a fare
il gladiatore. Infatti, Spartaco venne venduto a Lentulo
Battiato, un lanista, cioè organizzatore di spettacoli, che
possedeva una scuola di gladiatori a Capua. Spartaco fu
obbligato a combattere contro belve feroci e contro altri
gladiatori com'era in uso a quel tempo per divertire popolo e
aristocrazia.
Spartaco, esasperato dalle
inumani condizioni che Lentulo riservava a lui ed agli altri
gladiatori in suo possesso, decise di ribellarsi a questo
stato di cose e nel 73 A.C. scappò dall'anfiteatro in cui era
confinato. Lo seguirono 200 compagni, di cui però solo una
settantina arrivarono fino al Vesuvio, la prima tappa della
rivolta spartachista. Spartaco fu eletto a capo dei ribelli, e
si rifugiarono ai piedi del vulcano per riorganizzarsi,
aumentare le proprie forze accogliendo altri schiavi
fuggiaschi ed addestrandoli, e decidere sul da farsi. Il
Senato di Roma inviò, in rapida successione, due pretori, con
l’ordine di reprimere la rivolta.
Quando Glabro (uno
dei due pretori inviati dal Senato) cinse d’assedio la
posizione sulla quale si erano asserragliati Spartaco ed i
suoi, riuscirono ad aggirare l’accerchiamento senza che le
sentinelle romane se ne accorgessero, e forti della sorpresa
l’attaccarono, sterminando una gran parte dei legionari,
mentre altri ancora si davano ad una precipitosa fuga in
quella che viene denominata "battaglia del Vesuvio". Questo
successo militare ottenuto grazie all’esperienza militare di
Spartaco ed alla sua sagacia tattica fece accorrere tra le sue
fila un enorme numero degli schiavi fuggitivi, pastori e
contadini poveri dei dintorni del Vesuvio, sicché la cinta
d’assedio fu spezzata e più legioni romane finirono per essere
successivamente e nettamente sconfitte in Campania.
Nel 72 A.C. sembrò che il
Senato iniziasse a prendere sul serio la rivolta spartachista,
sulla scia dell’indignazione popolare che aveva sollevato la
scia di sangue, saccheggi e stupri commessi dagli schiavi
fuggitivi e deliberò che i consoli di quell’anno,
schiacciassero la rivolta.
Fonti
riportano che balenò tra i ribelli l’idea di attaccare la
stessa Roma, dove già serpeggiava la paura di un nuovo
incendio gallico, ma Spartaco fece desistere i suoi, poiché
valutava di non avere un esercito abbastanza armato ed
equipaggiato da poter sostenenere l'assedio impegnativo della città di
Roma.
Nel dicembre nel 72 A.C., il
Senato romano diede al proconsole Crasso l'incarico di
reprimere la rivolta.
Si narra che,
venuto a battaglia con l’esercito spartachista, Crasso sia
stato sconfitto e per punizione abbia ordinato la decimazione
delle legioni consolari fino all’immane cifra di ben 4.000
legionari giustiziati con il sistema della verberatio (a
bastonate) per la codardia mostrata nei confronti del nemico.
Con l'uso della verberatio Crasso si guadagnò più di
Spartaco la paura ed il timore reverenziale dei suoi uomini,
ristabilendo, in questo modo alquanto sanguinario, ma non
inconsueto nella storia dell’esercito romano, la disciplina e
la fedeltà delle sue truppe.
Spartaco si
diresse verso l’Apulia, secondo alcuni perché di lì voleva
salpare alla volta della Tracia, secondo altri perché voleva
far insorgere gli schiavi di quella regione. Allora Crasso lo
attaccò alle spalle, Spartaco non poté sfruttare al meglio il
suo successo anche perché l'esercito romano, ora numeroso e
ben armato, costrinse Spartaco prima alla fuga verso Brindisi
e poi alla ritirata. Nei pressi del fiume Sele si svolse la
battaglia finale, preceduta da numerosi e molto cruenti
scontri. I romani persero solo 1.000 uomini e fecero 6.000
prigionieri; a quanto è dato sapere alcuni legionari romani
dissero che Spartaco si buttò per primo contro di loro e dopo
aver ucciso alcuni soldati romani fu crivellato da cosi' tanti
colpi che il suo corpo non potè essere ritrovato. Crasso fece
crocifiggere – nudi – lungo la via Appia da Capua a Roma tutti
i prigionieri.
Terminava così la rivolta di
Spartaco.
Segue
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