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FISCHIO FINALE

di Silvio D'Ulivo

 

Matilde mi chiamò dalla strada.

-         Fiii!

Le invidiavo quel fischio che potevo sentire da centinaia di metri. Per quanto mi sforzassi, quando provavo a imitarla non emettevo che una sorta di esse sibilata.

Finsi di non sentire, benché il primo istinto fosse stato quello di scendere subito da lei. Ma la radiolina era di fronte a me, sul tavolo di cucina, io seduto di fronte a lei, l’antenna posizionata, il rumore di sottofondo debolissimo, l’ora quella giusta: mancavano uno o due minuti all’inizio dei secondi tempi delle partite.

-         Fiii!

Non potei ignorare il secondo fischio e uscii sul balcone senza sapere che cosa le avrei detto. Se sarei andato con lei o sarei rimasto ad ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto. Mi fece solo un gesto come a dire: vieni. Mi grattai in capo per qualche secondo e poi rientrai in casa senza dire niente. Corsi in camera, aprii l’armadio e presi il giubbetto, me lo infilai, tornai in cucina, mi fermai un attimo, ma non mi detti neanche il tempo di pensare: agguantai la radio e uscii.

-         Ti sei dato alla musica oggi? – fece lei

-         No, ehm… è per sentire le partite. - Arrossii un po’ e mi infilai la radio nella tasca del giubbetto.

-         Lo-ren-zo ra-dio-li-no! Lo-ren-zo ra-dio-li-no! – prese a canzonarmi e a scappare; io la rincorsi sorridendo e, quando la raggiunsi, le detti uno scapaccione leggero.

Quella domenica di sole i nostri amici non c’erano, ero solo con Matilde, e ne fui contento. Ci infilammo in un campo, lei salì su un albero e da lì iniziò a tirarmi addosso le olive, io raccolsi quelle che trovavo in terra e cominciai a ritirargliele. Poi salii anch’io, lei cercò di arrivare fino in cima, e io volevo dirle che era pericoloso, ma tacqui e provai ad arrampicarmi anch’io in alto. Matilde mi guardava dall’alto in basso sorridendo, io incrociavo bene le mani e i piedi attorno a un ramo per non perdere l’equilibrio, lei lasciò le mani e si alzò in piedi con la schiena ben diritta, e iniziò a ululare come un lupo, e poi imitò Tarzan, e non sapevo se era più forte la paura che cadesse o l’ammirazione per lei, per il suo coraggio e per la sua bellezza.

-         Loooreee! Loooreeenzooo! – cominciò a urlare

-         Cretina, smettila! – e ridevo perché, quando non mi faceva paura, mi faceva sempre ridere.

Dopo qualche minuto scendemmo dall’albero e cominciammo a ciondolare per i campi senza meta. Tirai fuori la radio dalla tasca del giubbetto, l’accesi e alzai l’antenna. Chiusi gli occhi per concentrarmi meglio. Dovetti aspettare un paio di minuti, durante i quali Matilde continuava a dirmi di spengere e andar dietro a lei, “tanto la Juve perde”, diceva per farmi rabbia, finché non sentimmo la voce di Sandro Ciotti:

-         Ma chi è questo qui? – urlò Matilde, e si mise di nuovo a ridere forte

-         Zitta! – le feci, ma non riuscii a capire il risultato.

-         Per-de, per-de, la-ju-ve-per-de!

-         Vuoi star zitta, cazzo! – mi scappò una parola che non usavo mai e con un tale impeto di rabbia, rosso in volto, che fu Matilde stessa a portarsi le mani alla bocca al posto mio, sorpresa dalla reazione insolita.

Pochi secondi dopo lasciai cadere la radio in terra con un gesto studiato di desolazione. Matilde, che si era allontanata per lasciarmi sfogare la rabbia, si riavvicinò, si chinò pian piano a raccoglierla e me la porse:

-         Quanto stanno?

-         Due a uno per il Como

Presi di nuovo in mano la radio e la spensi. Matilde mi strusciò appena la mano destra sul collo, mi passò il braccio lungo le spalle e appoggiò il capo sulla mia spalla, e ricominciammo a camminare. A quel punto non sapevo più se essere arrabbiato per le canzonature di Matilde, deluso perché la Juventus stava perdendo o felice perché ero abbracciato a lei, e non ricordavo che avessimo mai camminato così, avvinghiati l’uno all’altra, con la sua testa sulla mia spalla.

-         Lore, qual è il giocatore che preferisci?

-         Cuccureddu.

-         Cuccureddu? Esiste davvero? – e rise

-         Come “esiste”? Esiste sì!

-         Uno che si chiama così, Cuccureddu?

-         Certo! – mi meravigliavo delle sue risate, ma i primi tempi che lo avevo sentito nominare anche a me faceva ridere questo nome, Antonello Cuccureddu - È della Sardegna, per questo si chiama così. Cuccureddu vola sulla fascia – mi misi a simulare una radiocronaca – scarta un avversario, due, è sul fondo, cross, Bettega, testa, gol!

La radio rimase spenta per un po’, forse per paura che portasse brutte notizie, forse perché temevo che avrebbe annoiato la mia amica. Proseguimmo così a lungo, gironzolando per i campi, avvicinandoci e allontanandoci. E poi. Poi Matilde mi prese per mano, non mi accorsi neanche come, pensai che per lei non era stato difficile, le era venuto naturale, io invece non avrei proprio saputo come fare, e cambiò discorso, e mi sembrò, dopo, ripensandoci, che quei discorsi che cominciò a fare quella domenica pomeriggio di ottobre, se li era preparati, ma lì per lì non ebbi tempo di rifletterci, inondato dalle nuove chiacchiere di Matilde, e dai suoi comportamenti che sempre mi conducevano dove voleva lei.

-         Lo sai che ho due amiche che non hanno mai baciato un ragazzo?

Rimasi zitto. Lei ne aveva già baciati più di uno? Chi erano questi ragazzi?

-         A dieci anni neanche uno. Non è possibile.

Pensai che tutti i bambini della mia età dovevano aver baciato qualche coetanea. Ero rimasto solo io a non averlo mai fatto?

-         E chi sono queste due amiche?

-         Laura e Daniela

-         Ma loro sono racchie! Loro non possono baciare!

-         Guarda, stupidone, che tutte le ragazze possono baciare. Belle e brutte.

Non sapevo che cosa dire, l’argomento mi piaceva, ma mi faceva paura. Io ero esperto di calcio, corsa, tiro con le olive o caccia ai ranocchi, cose così. Perché mi portava su questi discorsi? Pensai che cominciava ad essere troppo grande per me e che non sarei mai riuscito a baciarla.

-         Io ho anche i nocciolini, loro ancora niente.

E mi indicò il seno, forse perché aveva colto il mio smarrimento.

- Ti piacciono i nocciolini, eh? Ah ah! – scherzò, e io sorrisi senza saper che cosa dire.

Matilde iniziò di nuovo a correre, e io la seguii ancora. Scavalcammo una recinzione ed entrammo in un cantiere di un edificio in costruzione. Salimmo al primo piano. Il balcone era privo del muretto di recinzione. Lei guardò giù, sotto c’era un mucchio di sabbia. Rientrò dentro e non disse niente, mi fece solo cenno di star fermo. Mi affacciai per vedere che cosa voleva fare: la vidi prendere la rincorsa come una saltatrice in lungo, e poi scattò, mi passò accanto e si lanciò di sotto nel monte di sabbia.

-         Sta a te ora, dai!

Non so quanto fosse alto, forse solo un paio di metri, ma avevo paura. Avevo già provato altre volte, ma non ero mai stato in grado di lanciarmi di sotto. Matilde cominciò a far su e giù dal piano terra al primo e non si stancava di buttarsi, e mi prendeva in giro per la mia codardia. Guardai l’orologio e vidi che ormai era quasi il novantesimo delle partite. Appoggiai la radio in terra e la accesi, mentre lei continuava a saltare. Passarono pochi secondi e Ciotti disse che l’arbitro aveva fischiato la fine: la Juventus aveva perso. Sbuffai, strinsi il pugno e me lo picchiai contro la gamba destra. Matilde mi guardava da sotto e non diceva niente. Stavo per spengere la radio quando sentii di nuovo la voce del radiocronista che interrompeva per dire che si era sbagliato: non si trattava di fischio finale, ma di una punizione a favore della Juventus, Cuccureddu aveva tirato e aveva pareggiato, due a due! Cominciai a saltare in qua e là e a urlare:

-         Cuccureddu! Cuccureddu! Cuccureddu!

Anche Matilde si mise a gridare e a esultare, allora io gridavo e esultavo più forte, rientrai nella stanza che dava sul balcone e presi la rincorsa, uscii di corsa e mi buttai di sotto, sul mucchio di sabbia, per la prima volta in vita mia ero riuscito a lanciarmi, allora Matilde, che era lì accanto, si rotolò sulla sabbia, e anch’io mi ci buttai a corpo morto, lei era stesa a pancia in su, e ci trovammo accanto e ci guardammo col viso pieno di sabbia, la sputavamo fuori e ridevamo ed eravamo lì, distesi, a pochi centimetri l’uno dall’altra, e lei mi appoggiò l’indice sulle labbra e me lo passò sopra il labbro inferiore, e sorrideva, e anch’io sorridevo, ma non sapevo che cosa fare, avrei dovuto baciarla o toccarle i nocciolini o che cosa, e rimanemmo per un po’ lì, in silenzio, e la Juventus aveva vinto quando ormai la partita era già finita, e Matilde mi guardava e io ero accanto a lei. Poi sentimmo una voce, era la mamma di lei che chiamava. Matilde si alzò piano piano, la guardai e stavo per dirle qualcosa, la osservai mentre si rizzava in piedi, le osservai la schiena e il sedere, e stavo per chiamarla, provai a fischiarle quando si era allontanata qualche metro ma lei non sentì e non si girò, e io pensavo al gol fuori tempo massimo, e a Matilde che tornava a casa, e il mio fischio fu solo una esse sibilata. Lei si allontanò ancora e fischiò a sua madre per avvertirla che stava arrivando. Fischiò a lungo, come sapeva fare lei, e a me, ancora disteso e pieno di sabbia, a me parvero tre fischi.