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Matilde
mi chiamò dalla strada.
-
Fiii!
Le
invidiavo quel fischio che potevo sentire da
centinaia di metri. Per quanto mi sforzassi,
quando provavo a imitarla non emettevo che
una sorta di esse sibilata.
Finsi di
non sentire, benché il primo istinto fosse
stato quello di scendere subito da lei. Ma
la radiolina era di fronte a me, sul tavolo
di cucina, io seduto di fronte a lei,
l’antenna posizionata, il rumore di
sottofondo debolissimo, l’ora quella giusta:
mancavano uno o due minuti all’inizio dei
secondi tempi delle partite.
-
Fiii!
Non potei
ignorare il secondo fischio e uscii sul
balcone senza sapere che cosa le avrei
detto. Se sarei andato con lei o sarei
rimasto ad ascoltare Tutto il calcio minuto
per minuto. Mi fece solo un gesto come a
dire: vieni. Mi grattai in capo per qualche
secondo e poi rientrai in casa senza dire
niente. Corsi in camera, aprii l’armadio e
presi il giubbetto, me lo infilai, tornai in
cucina, mi fermai un attimo, ma non mi detti
neanche il tempo di pensare: agguantai la
radio e uscii.
-
Ti sei dato alla
musica oggi? – fece lei
-
No, ehm… è per
sentire le partite. - Arrossii un po’ e mi
infilai la radio nella tasca del giubbetto.
-
Lo-ren-zo
ra-dio-li-no! Lo-ren-zo ra-dio-li-no! –
prese a canzonarmi e a scappare; io la
rincorsi sorridendo e, quando la raggiunsi,
le detti uno scapaccione leggero.
Quella
domenica di sole i nostri amici non c’erano,
ero solo con Matilde, e ne fui contento. Ci
infilammo in un campo, lei salì su un albero
e da lì iniziò a tirarmi addosso le olive,
io raccolsi quelle che trovavo in terra e
cominciai a ritirargliele. Poi salii
anch’io, lei cercò di arrivare fino in cima,
e io volevo dirle che era pericoloso, ma
tacqui e provai ad arrampicarmi anch’io in
alto. Matilde mi guardava dall’alto in basso
sorridendo, io incrociavo bene le mani e i
piedi attorno a un ramo per non perdere
l’equilibrio, lei lasciò le mani e si alzò
in piedi con la schiena ben diritta, e
iniziò a ululare come un lupo, e poi imitò
Tarzan, e non sapevo se era più forte la
paura che cadesse o l’ammirazione per lei,
per il suo coraggio e per la sua bellezza.
-
Loooreee!
Loooreeenzooo! – cominciò a urlare
-
Cretina, smettila!
– e ridevo perché, quando non mi faceva
paura, mi faceva sempre ridere.
Dopo
qualche minuto scendemmo dall’albero e
cominciammo a ciondolare per i campi senza
meta. Tirai fuori la radio dalla tasca del
giubbetto, l’accesi e alzai l’antenna.
Chiusi gli occhi per concentrarmi meglio.
Dovetti aspettare un paio di minuti, durante
i quali Matilde continuava a dirmi di
spengere e andar dietro a lei, “tanto la
Juve perde”, diceva per farmi rabbia, finché
non sentimmo la voce di Sandro Ciotti:
-
Ma chi è questo
qui? – urlò Matilde, e si mise di nuovo a
ridere forte
-
Zitta! – le feci,
ma non riuscii a capire il risultato.
-
Per-de, per-de,
la-ju-ve-per-de!
-
Vuoi star zitta,
cazzo! – mi scappò una parola che non usavo
mai e con un tale impeto di rabbia, rosso in
volto, che fu Matilde stessa a portarsi le
mani alla bocca al posto mio, sorpresa dalla
reazione insolita.
Pochi
secondi dopo lasciai cadere la radio in
terra con un gesto studiato di desolazione.
Matilde, che si era allontanata per
lasciarmi sfogare la rabbia, si riavvicinò,
si chinò pian piano a raccoglierla e me la
porse:
-
Quanto stanno?
-
Due a uno per il
Como
Presi di
nuovo in mano la radio e la spensi. Matilde
mi strusciò appena la mano destra sul collo,
mi passò il braccio lungo le spalle e
appoggiò il capo sulla mia spalla, e
ricominciammo a camminare. A quel punto non
sapevo più se essere arrabbiato per le
canzonature di Matilde, deluso perché la
Juventus stava perdendo o felice perché ero
abbracciato a lei, e non ricordavo che
avessimo mai camminato così, avvinghiati
l’uno all’altra, con la sua testa sulla mia
spalla.
-
Lore, qual è il
giocatore che preferisci?
-
Cuccureddu.
-
Cuccureddu? Esiste
davvero? – e rise
-
Come “esiste”?
Esiste sì!
-
Uno che si chiama
così, Cuccureddu?
-
Certo! – mi
meravigliavo delle sue risate, ma i primi
tempi che lo avevo sentito nominare anche a
me faceva ridere questo nome, Antonello
Cuccureddu - È della Sardegna, per questo si
chiama così. Cuccureddu vola sulla fascia –
mi misi a simulare una radiocronaca – scarta
un avversario, due, è sul fondo, cross,
Bettega, testa, gol!
La radio
rimase spenta per un po’, forse per paura
che portasse brutte notizie, forse perché
temevo che avrebbe annoiato la mia amica.
Proseguimmo così a lungo, gironzolando per i
campi, avvicinandoci e allontanandoci. E
poi. Poi Matilde mi prese per mano, non mi
accorsi neanche come, pensai che per lei non
era stato difficile, le era venuto naturale,
io invece non avrei proprio saputo come
fare, e cambiò discorso, e mi sembrò, dopo,
ripensandoci, che quei discorsi che cominciò
a fare quella domenica pomeriggio di
ottobre, se li era preparati, ma lì per lì
non ebbi tempo di rifletterci, inondato
dalle nuove chiacchiere di Matilde, e dai
suoi comportamenti che sempre mi conducevano
dove voleva lei.
-
Lo sai che ho due
amiche che non hanno mai baciato un ragazzo?
Rimasi
zitto. Lei ne aveva già baciati più di uno?
Chi erano questi ragazzi?
-
A dieci anni
neanche uno. Non è possibile.
Pensai
che tutti i bambini della mia età dovevano
aver baciato qualche coetanea. Ero rimasto
solo io a non averlo mai fatto?
-
E chi sono queste
due amiche?
-
Laura e Daniela
-
Ma loro sono
racchie! Loro non possono baciare!
-
Guarda, stupidone,
che tutte le ragazze possono baciare. Belle
e brutte.
Non
sapevo che cosa dire, l’argomento mi
piaceva, ma mi faceva paura. Io ero esperto
di calcio, corsa, tiro con le olive o caccia
ai ranocchi, cose così. Perché mi portava su
questi discorsi? Pensai che cominciava ad
essere troppo grande per me e che non sarei
mai riuscito a baciarla.
-
Io ho anche i
nocciolini, loro ancora niente.
E mi
indicò il seno, forse perché aveva colto il
mio smarrimento.
- Ti
piacciono i nocciolini, eh? Ah ah! –
scherzò, e io sorrisi senza saper che cosa
dire.
Matilde
iniziò di nuovo a correre, e io la seguii
ancora. Scavalcammo una recinzione ed
entrammo in un cantiere di un edificio in
costruzione. Salimmo al primo piano. Il
balcone era privo del muretto di recinzione.
Lei guardò giù, sotto c’era un mucchio di
sabbia. Rientrò dentro e non disse niente,
mi fece solo cenno di star fermo. Mi
affacciai per vedere che cosa voleva fare:
la vidi prendere la rincorsa come una
saltatrice in lungo, e poi scattò, mi passò
accanto e si lanciò di sotto nel monte di
sabbia.
-
Sta a te ora, dai!
Non so
quanto fosse alto, forse solo un paio di
metri, ma avevo paura. Avevo già provato
altre volte, ma non ero mai stato in grado
di lanciarmi di sotto. Matilde cominciò a
far su e giù dal piano terra al primo e non
si stancava di buttarsi, e mi prendeva in
giro per la mia codardia. Guardai l’orologio
e vidi che ormai era quasi il novantesimo
delle partite. Appoggiai la radio in terra e
la accesi, mentre lei continuava a saltare.
Passarono pochi secondi e Ciotti disse che
l’arbitro aveva fischiato la fine: la
Juventus aveva perso. Sbuffai, strinsi il
pugno e me lo picchiai contro la gamba
destra. Matilde mi guardava da sotto e non
diceva niente. Stavo per spengere la radio
quando sentii di nuovo la voce del
radiocronista che interrompeva per dire che
si era sbagliato: non si trattava di fischio
finale, ma di una punizione a favore della
Juventus, Cuccureddu aveva tirato e aveva
pareggiato, due a due! Cominciai a saltare
in qua e là e a urlare:
-
Cuccureddu!
Cuccureddu! Cuccureddu!
Anche
Matilde si mise a gridare e a esultare,
allora io gridavo e esultavo più forte,
rientrai nella stanza che dava sul balcone e
presi la rincorsa, uscii di corsa e mi
buttai di sotto, sul mucchio di sabbia, per
la prima volta in vita mia ero riuscito a
lanciarmi, allora Matilde, che era lì
accanto, si rotolò sulla sabbia, e anch’io
mi ci buttai a corpo morto, lei era stesa a
pancia in su, e ci trovammo accanto e ci
guardammo col viso pieno di sabbia, la
sputavamo fuori e ridevamo ed eravamo lì,
distesi, a pochi centimetri l’uno
dall’altra, e lei mi appoggiò l’indice sulle
labbra e me lo passò sopra il labbro
inferiore, e sorrideva, e anch’io sorridevo,
ma non sapevo che cosa fare, avrei dovuto
baciarla o toccarle i nocciolini o che cosa,
e rimanemmo per un po’ lì, in silenzio, e la
Juventus aveva vinto quando ormai la partita
era già finita, e Matilde mi guardava e io
ero accanto a lei. Poi sentimmo una voce,
era la mamma di lei che chiamava. Matilde si
alzò piano piano, la guardai e stavo per
dirle qualcosa, la osservai mentre si
rizzava in piedi, le osservai la schiena e
il sedere, e stavo per chiamarla, provai a
fischiarle quando si era allontanata qualche
metro ma lei non sentì e non si girò, e io
pensavo al gol fuori tempo massimo, e a
Matilde che tornava a casa, e il mio fischio
fu solo una esse sibilata. Lei si allontanò
ancora e fischiò a sua madre per avvertirla
che stava arrivando. Fischiò a lungo, come
sapeva fare lei, e a me, ancora disteso e
pieno di sabbia, a me parvero tre fischi.
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