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FUORI C'E' SEMPRE IL MARE

di  Massimo Rossi

 

Per la terza volta Saif prese la mira. Chiuse l’occhio destro per vedere meglio: la luce del sole rimbalzava sul mare e gli stava sciogliendo la vista. Fece tre passi indietro, fissando un punto preciso davanti a lui, oltre l’ostacolo. Poi si spostò di un passo verso sinistra. Silenzio. Nell’aria rovente di Bengasi ogni cosa tremolava, rendendo l’impresa più difficile. Saif si passò il palmo della mano sopra il viso bagnato, per togliere la polvere e il sudore. Trasse un lungo sospiro, quindi scattò in avanti. – Questa volta ce la fai – sussurrò il piccolo Muamar accovacciato come un gatto sul marciapiede. Tre passi, uno, due, tre, rapidi, silenziosi, poi la gamba destra saettò in avanti, simile alla corda di un arco improvvisamente lasciata libera. Il piede percosse con forza il pallone di gomma che cominciò a girare su se stesso, inseguendo diligentemente l’orbita che Saif aveva progettato in cielo. Dieci metri più avanti nove fusti scrostati e ammaccati, posti su due file, formavano l’ostacolo da superare. Il pallone puntò verso la barriera: roteando vorticosamente prima si allontanò verso destra, poi, magicamente, cominciò a rientrare, come se fosse tirato da un elastico invisibile. Muamar trattenne il respiro. Il pallone sembrò incocciare fatalmente contro il primo fusto, invece lo sfiorò appena, passandovi oltre. Cominciò a perdere  quota, velocemente, infilò uno squarcio della rete che delimitava un  cortile e infine atterrò sulla sabbia. – Sì !- urlarono insieme Saif  e Muamar che era balzato in piedi per dare il cinque al fratello. – Ce l’hai fatta, dovrai insegnare quel tiro anche a me….-

   Saif raccolse il pallone sperando che la madre dalla finestra non lo avesse visto e mentre si chinava sentì il dolorino bussargli nel petto. Era come se una mano gli premesse i polmoni contro il costato, e allora respirare diventava un’operazione penosa. Da qualche giorno, poi, il fastidio era accompagnato da colpi di tosse, secca, bruciante, che per fortuna, durava poco.

La madre lo aveva visto. Quando si presentò alla porta, rosso in viso, sudato, la pelle delle gambe sottili strappata in più punti, il pallone tenuto stretto sotto le braccia, Saif sapeva che sarebbe stato sgridato. – Ti ho detto mille volte che non puoi stare tutto il giorno sotto il sole a giocare a pallone, prima o poi ti prenderai qualche malattia e passerai il resto della tua vita in ospedale. E poi, prima si fanno  i compiti, e dopo viene tutto il resto-. Saif tenne la testa bassa, in silenzio, sforzandosi di trattenere la tosse che stava per arrivare nuovamente.

- Stasera sentiremo tuo padre che avrà da dire – aggiunse minacciosa. Saif, sempre a capo chino, raggiunse la sua stanza. La parete a fianco del letto era completamente ricoperta da foto di giocatori con la maglia a strisce bianconere. In mezzo alla parete un grande  poster con la foto di un giovane  Alessandro del Piero mentre stava calciando una punizione. La passione per quella squadra italiana gli era stata trasmessa dal padre, un corrispondente dell’agenzia Jana in Europa, che aveva soggiornato anche in Italia. Qui era stato contagiato dalla ossessione calcistica degli italiani, finendo presto per innamorarsi dell’Old Lady, la squadra di Torino.

Il ragazzo ripose  la palla nell’armadio, e dopo essersi steso sul letto, appoggiò il libro di aritmetica aperto a metà sul petto, fissò il poster del campione, e chiuse gli occhi, mentre nelle orecchie rimbombava il canto di un grande stadio che osannava solo lui. 

    In quel pomeriggio di fine agosto, più ci si avvicinava a Tripoli, e più la strada diventava polverosa e affollata di auto ammaccate, pullman scassati e carretti trainati da cavalli. Si andava piano. Ma ormai mancava poco e quello era il giorno più bello della sua vita. Saif indossava una maglia della Juve con il dieci sulla schiena, e quando il padre, un mese prima, gli aveva consegnato il regalo si era messo a piangere dalla gioia. Finito di piangere, il padre gli disse che si era meritato un altro dono, e gli mise in mano due biglietti per la partita che la Juve avrebbe giocato proprio nella capitale del loro paese. Saif riprese a piangere più forte di prima, un pianto convulso mescolato a frenetici colpi di tosse, che si susseguirono per un bel po’. Saif assaporò attimo per attimo tutto ciò che vide quella sera e non lo dimenticò mai più:  poter vedere a pochi metri da lui la sua squadra schierata in campo fu un’emozione incontenibile. Ammirò il carisma di Lippi, la sicurezza di Buffon, l’estro di  Camoranesi, le sgroppate di  Nedved, e l’abilità magica del suo preferito, Del Piero. Saltò in piedi urlando come un pazzo quando Alex  per due volte, mise la palla nella rete, regalando alla sua squadra la vittoria della Supercoppa italiana.  Saif non avrebbe potuto chiedere di più alla vita: indossando orgogliosamente la sua maglietta a strisce bianconere raccontò per giorni e giorni ai suoi amici ogni attimo di quella giornata irripetibile. 

    Qualche settimana dopo, la situazione in famiglia prese una brutta piega. Saif non venne mai a sapere perché alcuni uomini piombarono una sera in casa, mettendola a soqquadro in cerca di qualcosa, con papà e mamma seduti immobili a guardare senza far nulla. Quando strapparono le foto dalla parete della sua camera li avrebbe voluti ammazzare, ma la mamma lo trattenne. Non venne mai a sapere perché il padre da quel giorno non andò  più a lavorare, né perché fosse sempre così intrattabile. Non capì nemmeno perché i nonni vennero una mattina a prendersi Muamar, che lo salutò con le lacrime agli occhi e il pallone di gomma in mano. In più, il dolore al petto sopraggiungeva sempre più frequentemente, e la tosse era sempre più cattiva, finché uno che doveva essere un dottore, dopo averlo visitato in casa, si mise a parlottare coi suoi genitori, e gli sembrò che quel colloquio li stesse preoccupando moltissimo. Lui, stretto dentro alla sua maglietta a strisce bianconere, si sentì improvvisamente riempire di inquietudine. 

    Quella notte era fredda e umida e buia. La luna tratteggiava i contorni di spaventosi nuvoloni neri che incombevano sulla spiaggia. Nell’aria, l’unico rumore era il sospiro del mare. Il padre lo aveva svegliato delicatamente, poi tutto avvenne di corsa, senza dargli il tempo di capire. Un abbraccio lunghissimo con la madre, e poi via, un balzo dentro un cassone di un camion già strapieno di persone, mano nella mano del padre, il breve viaggio fino alla spiaggia, la corsa verso il barcone di legno stipato di gente. Tutto rapidamente, tutto in silenzio, senza mai voltarsi indietro, come gli aveva ordinato il padre. Brividi. Brividi sulla schiena. Brividi dappertutto. Dove stiamo andando, padre? Chi è questa gente? Tornerò mai nella mia casa, dalla mamma, da Muamar, dai miei amici? Un motore cominciò a brontolare, con fatica, poi il sussulto diventò monotono, un mugghiare continuo, sommesso, minaccioso. E il barcone si mosse in avanti, strappando il mare. Saif si accovacciò tra le gambe del padre, cercando di ripararsi dagli spruzzi, ma in poco tempo anche la maglia a strisce bianconere che portava sotto il maglione divenne un panno fradicio. – Fa che tutto finisca presto…- pregò, e chiuse gli occhi sperando  di dormire. Il barcone continuava la sua corsa nel nero della notte, saltellando sulle onde. Saif s’addormentò, e sognò di giocare a calcio, una grande partita, una finale, insieme a tutti i giocatori della Juve, ammirato dal suo popolo e dal suo Presidente. Sognò di alzare la coppa, perché lui era il capitano, mentre dallo stadio si alzavano canti di vittoria. Colpi di tosse. Prima sommessi. Poi sempre più forti. Si svegliò quando la tosse cominciò a frustarlo senza pietà. Il padre lo abbracciò per rincuorarlo e nella notte nessuno si accorse che stava piangendo. 

    Aprì un occhio: vide l’ago della flebo infilato nel braccio. Lo chiuse. Il petto gli bruciava, ma non tanto. Non capiva dove si trovava. Era ancora vivo? In sogno gli erano apparsi i giocatori della Juve vestiti con buffi costumi. Avevano in mano pacchetti, scatole, trascinavano sacchi da cui spuntavano giocattoli. Gli sembrò che Del Piero lo avesse baciato, e che gli avesse lasciato sopra il letto una maglia della Juve col numero dieci e il suo nome stampato dietro. Se apriva gli occhi la vedeva sulla sedia. Se chiudeva gli occhi vedeva una spiaggia sconosciuta, e lui nudo, la bocca piena di sabbia, calpestato da tutti. Era meglio dormire. Il petto gli bruciava, ma poco, e la tosse non lo tormentava più. Probabilmente era ancora vivo. Il mondo lo voleva ancora.  

Nel dicembre 2002, Saif Masoud venne operato di carcinoma all’Ospedale Gaslini di Genova. Nei giorni successivi all’intervento, alcuni giocatori della Juventus visitarono i piccoli malati dell’ospedale. Saif oggi ha diciassette anni e vive a Torino, col padre Ghazi, la madre Aisha e il fratello Muamar. Segue la Juventus dovunque.