|
Per la
terza volta Saif prese la mira. Chiuse
l’occhio destro per vedere meglio: la luce
del sole rimbalzava sul mare e gli stava
sciogliendo la vista. Fece tre passi
indietro, fissando un punto preciso davanti
a lui, oltre l’ostacolo. Poi si spostò di un
passo verso sinistra. Silenzio. Nell’aria
rovente di Bengasi ogni cosa tremolava,
rendendo l’impresa più difficile. Saif si
passò il palmo della mano sopra il viso
bagnato, per togliere la polvere e il
sudore. Trasse un lungo sospiro, quindi
scattò in avanti. – Questa volta ce la fai –
sussurrò il piccolo Muamar accovacciato come
un gatto sul marciapiede. Tre passi, uno,
due, tre, rapidi, silenziosi, poi la gamba
destra saettò in avanti, simile alla corda
di un arco improvvisamente lasciata libera.
Il piede percosse con forza il pallone di
gomma che cominciò a girare su se stesso,
inseguendo diligentemente l’orbita che Saif
aveva progettato in cielo. Dieci metri più
avanti nove fusti scrostati e ammaccati,
posti su due file, formavano l’ostacolo da
superare. Il pallone puntò verso la
barriera: roteando vorticosamente prima si
allontanò verso destra, poi, magicamente,
cominciò a rientrare, come se fosse tirato
da un elastico invisibile. Muamar trattenne
il respiro. Il pallone sembrò incocciare
fatalmente contro il primo fusto, invece lo
sfiorò appena, passandovi oltre. Cominciò a
perdere quota, velocemente, infilò uno
squarcio della rete che delimitava un
cortile e infine atterrò sulla sabbia. – Sì
!- urlarono insieme Saif e Muamar che era
balzato in piedi per dare il cinque al
fratello. – Ce l’hai fatta, dovrai insegnare
quel tiro anche a me….-
Saif
raccolse il pallone sperando che la madre
dalla finestra non lo avesse visto e mentre
si chinava sentì il dolorino bussargli nel
petto. Era come se una mano gli premesse i
polmoni contro il costato, e allora
respirare diventava un’operazione penosa. Da
qualche giorno, poi, il fastidio era
accompagnato da colpi di tosse, secca,
bruciante, che per fortuna, durava poco.
La madre
lo aveva visto. Quando si presentò alla
porta, rosso in viso, sudato, la pelle delle
gambe sottili strappata in più punti, il
pallone tenuto stretto sotto le braccia,
Saif sapeva che sarebbe stato sgridato. – Ti
ho detto mille volte che non puoi stare
tutto il giorno sotto il sole a giocare a
pallone, prima o poi ti prenderai qualche
malattia e passerai il resto della tua vita
in ospedale. E poi, prima si fanno i
compiti, e dopo viene tutto il resto-. Saif
tenne la testa bassa, in silenzio,
sforzandosi di trattenere la tosse che stava
per arrivare nuovamente.
- Stasera
sentiremo tuo padre che avrà da dire –
aggiunse minacciosa. Saif, sempre a capo
chino, raggiunse la sua stanza. La parete a
fianco del letto era completamente ricoperta
da foto di giocatori con la maglia a strisce
bianconere. In mezzo alla parete un grande
poster con la foto di un giovane Alessandro
del Piero mentre stava calciando una
punizione. La passione per quella squadra
italiana gli era stata trasmessa dal padre,
un corrispondente dell’agenzia Jana in
Europa, che aveva soggiornato anche in
Italia. Qui era stato contagiato dalla
ossessione calcistica degli italiani,
finendo presto per innamorarsi dell’Old
Lady, la squadra di Torino.
Il
ragazzo ripose la palla nell’armadio, e
dopo essersi steso sul letto, appoggiò il
libro di aritmetica aperto a metà sul petto,
fissò il poster del campione, e chiuse gli
occhi, mentre nelle orecchie rimbombava il
canto di un grande stadio che osannava solo
lui.
In
quel pomeriggio di fine agosto, più ci si
avvicinava a Tripoli, e più la strada
diventava polverosa e affollata di auto
ammaccate, pullman scassati e carretti
trainati da cavalli. Si andava piano. Ma
ormai mancava poco e quello era il giorno
più bello della sua vita. Saif indossava una
maglia della Juve con il dieci sulla
schiena, e quando il padre, un mese prima,
gli aveva consegnato il regalo si era messo
a piangere dalla gioia. Finito di piangere,
il padre gli disse che si era meritato un
altro dono, e gli mise in mano due biglietti
per la partita che la Juve avrebbe giocato
proprio nella capitale del loro paese. Saif
riprese a piangere più forte di prima, un
pianto convulso mescolato a frenetici colpi
di tosse, che si susseguirono per un bel
po’. Saif assaporò attimo per attimo tutto
ciò che vide quella sera e non lo dimenticò
mai più: poter vedere a pochi metri da lui
la sua squadra schierata in campo fu
un’emozione incontenibile. Ammirò il carisma
di Lippi, la sicurezza di Buffon, l’estro
di Camoranesi, le sgroppate di Nedved, e
l’abilità magica del suo preferito, Del
Piero. Saltò in piedi urlando come un pazzo
quando Alex per due volte, mise la palla
nella rete, regalando alla sua squadra la
vittoria della Supercoppa italiana. Saif
non avrebbe potuto chiedere di più alla
vita: indossando orgogliosamente la sua
maglietta a strisce bianconere raccontò per
giorni e giorni ai suoi amici ogni attimo di
quella giornata irripetibile.
Qualche settimana dopo, la situazione in
famiglia prese una brutta piega. Saif non
venne mai a sapere perché alcuni uomini
piombarono una sera in casa, mettendola a
soqquadro in cerca di qualcosa, con papà e
mamma seduti immobili a guardare senza far
nulla. Quando strapparono le foto dalla
parete della sua camera li avrebbe voluti
ammazzare, ma la mamma lo trattenne. Non
venne mai a sapere perché il padre da quel
giorno non andò più a lavorare, né perché
fosse sempre così intrattabile. Non capì
nemmeno perché i nonni vennero una mattina a
prendersi Muamar, che lo salutò con le
lacrime agli occhi e il pallone di gomma in
mano. In più, il dolore al petto
sopraggiungeva sempre più frequentemente, e
la tosse era sempre più cattiva, finché uno
che doveva essere un dottore, dopo averlo
visitato in casa, si mise a parlottare coi
suoi genitori, e gli sembrò che quel
colloquio li stesse preoccupando moltissimo.
Lui, stretto dentro alla sua maglietta a
strisce bianconere, si sentì improvvisamente
riempire di inquietudine.
Quella notte era fredda e umida e buia. La
luna tratteggiava i contorni di spaventosi
nuvoloni neri che incombevano sulla
spiaggia. Nell’aria, l’unico rumore era il
sospiro del mare. Il padre lo aveva
svegliato delicatamente, poi tutto avvenne
di corsa, senza dargli il tempo di capire.
Un abbraccio lunghissimo con la madre, e poi
via, un balzo dentro un cassone di un camion
già strapieno di persone, mano nella mano
del padre, il breve viaggio fino alla
spiaggia, la corsa verso il barcone di legno
stipato di gente. Tutto rapidamente, tutto
in silenzio, senza mai voltarsi indietro,
come gli aveva ordinato il padre. Brividi.
Brividi sulla schiena. Brividi dappertutto.
Dove stiamo andando, padre? Chi è questa
gente? Tornerò mai nella mia casa, dalla
mamma, da Muamar, dai miei amici? Un motore
cominciò a brontolare, con fatica, poi il
sussulto diventò monotono, un mugghiare
continuo, sommesso, minaccioso. E il barcone
si mosse in avanti, strappando il mare. Saif
si accovacciò tra le gambe del padre,
cercando di ripararsi dagli spruzzi, ma in
poco tempo anche la maglia a strisce
bianconere che portava sotto il maglione
divenne un panno fradicio. – Fa che tutto
finisca presto…- pregò, e chiuse gli occhi
sperando di dormire. Il barcone continuava
la sua corsa nel nero della notte,
saltellando sulle onde. Saif s’addormentò, e
sognò di giocare a calcio, una grande
partita, una finale, insieme a tutti i
giocatori della Juve, ammirato dal suo
popolo e dal suo Presidente. Sognò di alzare
la coppa, perché lui era il capitano, mentre
dallo stadio si alzavano canti di vittoria.
Colpi di tosse. Prima sommessi. Poi sempre
più forti. Si svegliò quando la tosse
cominciò a frustarlo senza pietà. Il padre
lo abbracciò per rincuorarlo e nella notte
nessuno si accorse che stava piangendo.
Aprì
un occhio: vide l’ago della flebo infilato
nel braccio. Lo chiuse. Il petto gli
bruciava, ma non tanto. Non capiva dove si
trovava. Era ancora vivo? In sogno gli erano
apparsi i giocatori della Juve vestiti con
buffi costumi. Avevano in mano pacchetti,
scatole, trascinavano sacchi da cui
spuntavano giocattoli. Gli sembrò che Del
Piero lo avesse baciato, e che gli avesse
lasciato sopra il letto una maglia della
Juve col numero dieci e il suo nome stampato
dietro. Se apriva gli occhi la vedeva sulla
sedia. Se chiudeva gli occhi vedeva una
spiaggia sconosciuta, e lui nudo, la bocca
piena di sabbia, calpestato da tutti. Era
meglio dormire. Il petto gli bruciava, ma
poco, e la tosse non lo tormentava più.
Probabilmente era ancora vivo. Il mondo lo
voleva ancora.
Nel
dicembre 2002, Saif Masoud venne operato di
carcinoma all’Ospedale Gaslini di Genova.
Nei giorni successivi all’intervento, alcuni
giocatori della Juventus visitarono i
piccoli malati dell’ospedale. Saif oggi ha
diciassette anni e vive a Torino, col padre
Ghazi, la madre Aisha e il fratello Muamar.
Segue la Juventus dovunque. |