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MA CHI SONO QUESTI FRANCESI

di Emanuele Cicero

 

“Ma chi sono questi Francesi!”.

Riecheggia da sotto il coperchio della bara. Forte e chiaro. L’anatema di zio Corrado, la maledizione di tutte le squadre avversarie degli Azzurri in due edizioni dei Campionati Mondiali di Calcio. Il mantra ripetuto per caso, rabbioso, per la prima volta al 28esimo secondo di Italia-Francia, Mar del Plata, quando uno sconosciuto mangia-lumache aveva uccellato Dino Zoff, il portiere più forte del mondo. I primi erano stati ovviamente loro. I Francesi.

“Ma chi sono questi Francesi!”, aveva urlato zio Corrado  saltando dal divano. Il suo era un atto di sfida. Alla sorte, che stava giocando un brutto tiro a quel manipolo di eroi chiaramente destinati alla gloria. “Ma chi sono questi Francesi!”. Cosa vogliono? Ma dove sperano di arrivare? Noi lo guardavamo divertiti. E caricati dal suo grido di guerra. A 11 anni sei sulla linea d’ombra del tifo calcistico. Sei abbastanza grande da essere coinvolto emotivamente, travolto dalla passione per i colori. Ma sei ancora vergine di frustrazioni. Non hai ancora sviluppato quella ghiandola (la “tifoidea” come la chiamava lo zio) che produce pericolose tossine a ogni gol della squadra avversaria, a ogni fallo fischiato da un arbitro casalingo, a ogni sfottò della curva rivale in un derby. Tossine che inducono una trasformazione anomala nel fisico e nel comportamento. Rossore improvviso, congestione dei capillari, strabuzzamento degli occhi e dilatazione delle pupille. È riscontrato a volte un cambiamento nel tono della voce, che diventa rauco e stridulo. In alcuni casi la produzione di adrenalina spinge a sforzi sovrumani. Sono stati osservati uomini minuti mentre capovolgevano divani pesanti il triplo della loro massa corporea.

Zio Corrado presentava la gran parte di questi sintomi. Il volto era paonazzo e i capillari del naso erano esplosi in una caleidoscopica ragnatela. Sembrava un tifoso polacco truccato con i colori della sua squadra. Rosso sul viso, bianco tra i capelli. Lo seguimmo nell’invocazione. In coro intonavamo “Ma chi sono questi Francesi!” con la “i” finale prolungata in uno squillante acuto in voce bianca. Un po’ della secrezione della tifoidea era entrata in circolo anche nel nostro sangue. Neanche il tempo di sederci che questo Lacombe aveva osato violare l’inviolabile. Il grande Dino Zoff che prende  un gol.

Eravamo accaldati e sudati, perché le partite si preparano giocando a pallone nel giardino di zio Corrado, emulando gesta che avremmo ammirato in TV di lì a poco. Una moviola al contrario. La moviola divinatoria dei bambini appassionati di calcio di ogni tempo. “Ecco Causio, che passa a Tardelli, Bettega, Bettega, GOOOL! L’Italia passa in vantaggio, 1-0!”. Poco prima di sederci sul divano ovviamente l’Italia aveva già battuto la Francia 18-1. Bettega (io) era andato in doppia cifra e il loro gol della bandiera era stato firmato da Platini. Dio quanto mi sarebbe piaciuto quel giocatore nella mia Juve.. Boniperti mi avrebbe accontentato qualche anno dopo. Platini aveva segnato solo perchè Silvia, la figlia di zio Corrado, aveva dei lunghi capelli neri che le arrivavano al sedere, due occhi color carbone che si accendevano quando ti guardava, come la carbonella del barbecue del padre. Doveva segnare.

Cominciammo a ridere come pazzi, gridando con zio Corrado: “Ma chi sono questi Francesi!”. Il grido di battaglia portò fortuna. 2-1 per noi e Francia battuta. Credo sia anche stata l’ unica volta in cui ho esultato per il gol di uno del Toro. Quando Zaccarelli esplose il suo diagonale dal limite dell’area la sua canottiera granata diventò invisibile. Anzi era come se scorgessi le strisce bianconere sotto la maglia azzurra. Si, perché con la Nazionale succedeva così. 8/11 di quella squadra giocavano nella Juve. Noi juventini eravamo fortunati. In un tempo in cui la TV via satellite era ancora fantascienza, vedere i propri beniamini alla televisione era un privilegio. Il calcio alla tele si vedeva solo con le coppe europee e con la Nazionale. Quindi in anni in cui la Juve vinceva un campionato si e l’altro pure e in cui la maglia azzurra la vestivano quasi solo bianconeri, lo schermo trasmetteva praticamente solo partite della Juve. A quei tempi pensavo che “TV in bianco e nero” avesse un significato non solo cromatico. Quei pochi calciatori di altre squadre che avevano l’onore di vestire la maglia azzurra diventavano “bianconeri ad interim”. E veniva concesso loro il privilegio del nostro plauso.

La nostra Juve aveva quindi battuto la Francia. Cominciando una marcia trionfale in uno dei più spettacolari campionati del mondo giocati dalla Nazionale. Il merito principale era del grido di guerra di zio Corrado. In successione lo sperimentarono Ungheria, Austria, Germania. Nel mezzo l’Argentina padrona di casa (il vigoroso “Ma chi sono questi Argentini!” diede il via a una leggendaria lezione di calcio ai futuri campioni, in casa loro, sublimata dal gol di Bettega, manuale del calcio, pagina 37: “Il triangolo”).

Il mantra non funzionò con gli Olandesi, perché Dino Zoff, che già allora andava per i 40, vide con qualche mese di ritardo (in TV, a casa sua) i siluri da centrocampo di Brandts e Haan.

Tutto sommato però fu un gran campionato. Comunque l’Italia lo aveva vinto nel giardino di zio Corrado, battendo in finale l’Argentina per 22 a 1 e il gol della bandiera di Kempes mi valse un “terzo tempo” da sogno con Silvia, i suoi capelli neri e le sue labbra morbide.

Quattro anni dopo zio Corrado non c’era. Si era trasferito in un’altra città per lavoro e si era portato dietro Silvia i suoi baci adolescenti, il suo barbecue e il suo grido di guerra. La squadra più forte di tutti i tempi faticava contro Polonia, Perù e persino contro lo sconosciuto Camerun, che ci impose il pareggio non perché Dino Zoff prese gol da un africano che in patria fino a qualche mese prima giocava scalzo, non perché il fantasma di Rossi veniva da due anni di squalifica e aveva solo due partite nelle gambe. No. Era perché non c’era zio Corrado a gridare “Ma chi sono questi Camerunensi!”.

Gli telefonai prima del fischio d’inizio di Italia-Argentina, al Sarrià di Barcellona. Ovviamente avevamo appena battuto Maradona e compagni in cortile per 7-0, ma mancava qualcosa. “Ma chi sono questi Argentini!” esplose nella cornetta mentre l’arbitro fischiava. 2 a 1, Cabrini e Tardelli, due bianconeri dentro, e Campioni del Mondo in carica a casa.

I brasiliani 3 giorni dopo ricevettero lo stesso trattamento. Zio Corrado dalla cornetta del telefono resuscitò Paolo Rossi e diede vita alla leggenda di Pablito. La partita perfetta. Gli Dei del calcio annichiliti dalla Juve in maglia azzurra. “Ma chi sono questi Brasiliani!”. Ma chi erano, davvero.

E tutte le volte che riguardo quella corsa folle di Tardelli, trasfigurato dopo il gol alla Germania in finale, mi sembra, ora come allora, di leggere il suo labiale inconfutabile: “Ma chi sono questi Tedeschi!”.

Sono qui sul banco di questa chiesa adesso. Guardo la bara in noce, ma nella mente mi scorrono le immagini del gol di Benetti all’Ungheria, dello stadio di Buenos Aires ammutolito al gol di Bettega, di Pablito incredulo che indica il tabellone di Italia-Brasile con la scritta “20-Rossi, Hombre del Partido”, di Zoff che alza la coppa, di Pertini in piedi al gol di Altobelli e dello scopone in aereo con Causio e Bearzot. Di Silvia con la sua coda nera e la sua pelle profumata di biscotti, erba e sudore dopo il gol della bandiera.

Silvia ora è qui, gli occhi gonfi di lacrime, china sulla bara per l’ultimo saluto a suo padre.

Fa caldo e il piccolo Paolo al mio fianco non fa che tirarmi il braccio.

“Papà andiamo, non ce la faccio più. Dai stasera c’è la partita e dobbiamo giocarcela prima in giardino, con Fede e Antonello. Voglio mettere la maglia nuova di Del Piero, il SETTE! Oggi segna di nuovo Papà, me lo sento! L’altra volta io ho segnato in giardino e lui ha segnato alla Germania!”.

Lo guardo sorridendo, accarezzandogli i capelli. Cortissimi, perché Cannavaro e Alex si sono rasati a zero questa estate.

“Papà, ma la Francia la battiamo stasera?”

Resto in silenzio qualche secondo, spostando lo sguardo dai suoi occhi alla bara dove riposa zio Corrado. La sciarpa bianconera sta per scivolare sul pavimento. Mi alzo per sistemarla e mi soffermo con la mano per un istante sul coperchio. Lo sento ancora. Forte e chiaro. Silvia mi regala un sorriso, forse ha sentito anche lei. Mi giro verso Paolo e mi accingo a riferirgli quanto zio Corrado mi ha appena sussurrato, dall’accogliente sacello di velluto che ora lo contiene.

“Certo che vinciamo, Paoli’. Stasera vedrai il capitano alzare quella coppa.”

“Papà, ma i francesi sono forti, c’è Zidane, Henry, Trezeguet, che sono pure juventini!”

Smetto di sorridere. Dissimulo una smorfia seriosa che non mi appartiene. La voce roca e bisbigliante in rispetto del luogo e della cerimonia erompe:

“Ma chi sono questi Francesi!”

Paolo sorride e alza il pollice.

“E’ vero Papà. Ma chi sono questi Francesi!”