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“Ma chi sono questi
Francesi!”.
Riecheggia da sotto il
coperchio della bara. Forte e chiaro.
L’anatema di zio Corrado, la maledizione di
tutte le squadre avversarie degli Azzurri in
due edizioni dei Campionati Mondiali di
Calcio. Il mantra ripetuto per caso,
rabbioso, per la prima volta al 28esimo
secondo di Italia-Francia, Mar del Plata,
quando uno sconosciuto mangia-lumache aveva
uccellato Dino Zoff, il portiere più forte
del mondo. I primi erano stati ovviamente
loro. I Francesi.
“Ma chi sono questi
Francesi!”, aveva urlato zio Corrado
saltando dal divano. Il suo era un atto di
sfida. Alla sorte, che stava giocando un
brutto tiro a quel manipolo di eroi
chiaramente destinati alla gloria. “Ma chi
sono questi Francesi!”. Cosa vogliono? Ma
dove sperano di arrivare? Noi lo guardavamo
divertiti. E caricati dal suo grido di
guerra. A 11 anni sei sulla linea d’ombra
del tifo calcistico. Sei abbastanza grande
da essere coinvolto emotivamente, travolto
dalla passione per i colori. Ma sei ancora
vergine di frustrazioni. Non hai ancora
sviluppato quella ghiandola (la “tifoidea”
come la chiamava lo zio) che produce
pericolose tossine a ogni gol della squadra
avversaria, a ogni fallo fischiato da un
arbitro casalingo, a ogni sfottò della curva
rivale in un derby. Tossine che inducono una
trasformazione anomala nel fisico e nel
comportamento. Rossore improvviso,
congestione dei capillari, strabuzzamento
degli occhi e dilatazione delle pupille. È
riscontrato a volte un cambiamento nel tono
della voce, che diventa rauco e stridulo. In
alcuni casi la produzione di adrenalina
spinge a sforzi sovrumani. Sono stati
osservati uomini minuti mentre capovolgevano
divani pesanti il triplo della loro massa
corporea.
Zio Corrado presentava la
gran parte di questi sintomi. Il volto era
paonazzo e i capillari del naso erano
esplosi in una caleidoscopica ragnatela.
Sembrava un tifoso polacco truccato con i
colori della sua squadra. Rosso sul viso,
bianco tra i capelli. Lo seguimmo
nell’invocazione. In coro intonavamo “Ma chi
sono questi Francesi!” con la “i” finale
prolungata in uno squillante acuto in voce
bianca. Un po’ della secrezione della
tifoidea era entrata in circolo anche nel
nostro sangue. Neanche il tempo di sederci
che questo Lacombe aveva osato violare
l’inviolabile. Il grande Dino Zoff che
prende un gol.
Eravamo accaldati e
sudati, perché le partite si preparano
giocando a pallone nel giardino di zio
Corrado, emulando gesta che avremmo ammirato
in TV di lì a poco. Una moviola al
contrario. La moviola divinatoria dei
bambini appassionati di calcio di ogni
tempo. “Ecco Causio, che passa a Tardelli,
Bettega, Bettega, GOOOL! L’Italia passa in
vantaggio, 1-0!”. Poco prima di sederci sul
divano ovviamente l’Italia aveva già battuto
la Francia 18-1. Bettega (io) era andato in
doppia cifra e il loro gol della bandiera
era stato firmato da Platini. Dio quanto mi
sarebbe piaciuto quel giocatore nella mia
Juve.. Boniperti mi avrebbe accontentato
qualche anno dopo. Platini aveva segnato
solo perchè Silvia, la figlia di zio
Corrado, aveva dei lunghi capelli neri che
le arrivavano al sedere, due occhi color
carbone che si accendevano quando ti
guardava, come la carbonella del barbecue
del padre. Doveva segnare.
Cominciammo a ridere come
pazzi, gridando con zio Corrado: “Ma chi
sono questi Francesi!”. Il grido di
battaglia portò fortuna. 2-1 per noi e
Francia battuta. Credo sia anche stata l’
unica volta in cui ho esultato per il gol di
uno del Toro. Quando Zaccarelli esplose il
suo diagonale dal limite dell’area la sua
canottiera granata diventò invisibile. Anzi
era come se scorgessi le strisce bianconere
sotto la maglia azzurra. Si, perché con la
Nazionale succedeva così. 8/11 di quella
squadra giocavano nella Juve. Noi juventini
eravamo fortunati. In un tempo in cui la TV
via satellite era ancora fantascienza,
vedere i propri beniamini alla televisione
era un privilegio. Il calcio alla tele si
vedeva solo con le coppe europee e con la
Nazionale. Quindi in anni in cui la Juve
vinceva un campionato si e l’altro pure e in
cui la maglia azzurra la vestivano quasi
solo bianconeri, lo schermo trasmetteva
praticamente solo partite della Juve. A quei
tempi pensavo che “TV in bianco e nero”
avesse un significato non solo cromatico.
Quei pochi calciatori di altre squadre che
avevano l’onore di vestire la maglia azzurra
diventavano “bianconeri ad interim”. E
veniva concesso loro il privilegio del
nostro plauso.
La nostra Juve aveva
quindi battuto la Francia. Cominciando una
marcia trionfale in uno dei più spettacolari
campionati del mondo giocati dalla
Nazionale. Il merito principale era del
grido di guerra di zio Corrado. In
successione lo sperimentarono Ungheria,
Austria, Germania. Nel mezzo l’Argentina
padrona di casa (il vigoroso “Ma chi sono
questi Argentini!” diede il via a una
leggendaria lezione di calcio ai futuri
campioni, in casa loro, sublimata dal gol di
Bettega, manuale del calcio, pagina 37: “Il
triangolo”).
Il mantra non funzionò con
gli Olandesi, perché Dino Zoff, che già
allora andava per i 40, vide con qualche
mese di ritardo (in TV, a casa sua) i siluri
da centrocampo di Brandts e Haan.
Tutto sommato però fu un
gran campionato. Comunque l’Italia lo aveva
vinto nel giardino di zio Corrado, battendo
in finale l’Argentina per 22 a 1 e il gol
della bandiera di Kempes mi valse un “terzo
tempo” da sogno con Silvia, i suoi capelli
neri e le sue labbra morbide.
Quattro anni dopo zio
Corrado non c’era. Si era trasferito in
un’altra città per lavoro e si era portato
dietro Silvia i suoi baci adolescenti, il
suo barbecue e il suo grido di guerra. La
squadra più forte di tutti i tempi faticava
contro Polonia, Perù e persino contro lo
sconosciuto Camerun, che ci impose il
pareggio non perché Dino Zoff prese gol da
un africano che in patria fino a qualche
mese prima giocava scalzo, non perché il
fantasma di Rossi veniva da due anni di
squalifica e aveva solo due partite nelle
gambe. No. Era perché non c’era zio Corrado
a gridare “Ma chi sono questi Camerunensi!”.
Gli telefonai prima del
fischio d’inizio di Italia-Argentina, al
Sarrià di Barcellona. Ovviamente avevamo
appena battuto Maradona e compagni in
cortile per 7-0, ma mancava qualcosa. “Ma
chi sono questi Argentini!” esplose nella
cornetta mentre l’arbitro fischiava. 2 a 1,
Cabrini e Tardelli, due bianconeri dentro, e
Campioni del Mondo in carica a casa.
I brasiliani 3 giorni dopo
ricevettero lo stesso trattamento. Zio
Corrado dalla cornetta del telefono
resuscitò Paolo Rossi e diede vita alla
leggenda di Pablito. La partita perfetta.
Gli Dei del calcio annichiliti dalla Juve in
maglia azzurra. “Ma chi sono questi
Brasiliani!”. Ma chi erano, davvero.
E tutte le volte che
riguardo quella corsa folle di Tardelli,
trasfigurato dopo il gol alla Germania in
finale, mi sembra, ora come allora, di
leggere il suo labiale inconfutabile: “Ma
chi sono questi Tedeschi!”.
Sono qui sul banco di
questa chiesa adesso. Guardo la bara in
noce, ma nella mente mi scorrono le immagini
del gol di Benetti all’Ungheria, dello
stadio di Buenos Aires ammutolito al gol di
Bettega, di Pablito incredulo che indica il
tabellone di Italia-Brasile con la scritta
“20-Rossi, Hombre del Partido”, di Zoff che
alza la coppa, di Pertini in piedi al gol di
Altobelli e dello scopone in aereo con
Causio e Bearzot. Di Silvia con la sua coda
nera e la sua pelle profumata di biscotti,
erba e sudore dopo il gol della bandiera.
Silvia ora è qui, gli
occhi gonfi di lacrime, china sulla bara per
l’ultimo saluto a suo padre.
Fa caldo e il piccolo
Paolo al mio fianco non fa che tirarmi il
braccio.
“Papà andiamo, non ce la
faccio più. Dai stasera c’è la partita e
dobbiamo giocarcela prima in giardino, con
Fede e Antonello. Voglio mettere la maglia
nuova di Del Piero, il SETTE! Oggi segna di
nuovo Papà, me lo sento! L’altra volta io ho
segnato in giardino e lui ha segnato alla
Germania!”.
Lo guardo sorridendo,
accarezzandogli i capelli. Cortissimi,
perché Cannavaro e Alex si sono rasati a
zero questa estate.
“Papà, ma la Francia la
battiamo stasera?”
Resto in silenzio qualche
secondo, spostando lo sguardo dai suoi occhi
alla bara dove riposa zio Corrado. La
sciarpa bianconera sta per scivolare sul
pavimento. Mi alzo per sistemarla e mi
soffermo con la mano per un istante sul
coperchio. Lo sento ancora. Forte e chiaro.
Silvia mi regala un sorriso, forse ha
sentito anche lei. Mi giro verso Paolo e mi
accingo a riferirgli quanto zio Corrado mi
ha appena sussurrato, dall’accogliente
sacello di velluto che ora lo contiene.
“Certo che vinciamo,
Paoli’. Stasera vedrai il capitano alzare
quella coppa.”
“Papà, ma i francesi sono
forti, c’è Zidane, Henry, Trezeguet, che
sono pure juventini!”
Smetto di sorridere.
Dissimulo una smorfia seriosa che non mi
appartiene. La voce roca e bisbigliante in
rispetto del luogo e della cerimonia erompe:
“Ma chi sono questi
Francesi!”
Paolo sorride e alza il
pollice.
“E’ vero Papà. Ma chi sono
questi Francesi!”
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