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IL DESTINO ALLA CATENA

di Claudio Catozzi

 

La pioggia fine scivola leggera sulla lapide di marmo, i fiori, adagiati nel vaso vicino alla foto, ne trarranno qualche ora di vita in più. Una leggera foschia intorpidisce il paesaggio.

Passo spesso di qui, su questo viale dall’aria antica che conduce al camposanto, coi suoi tigli imponenti schierati ai lati come silenti guardie d’onore. E il luogo del paese che preferisco. Chissà che meraviglia doveva essere qualche decennio addietro, quando non c’erano auto e motorini smarmittati a turbarne la quiete e si udivano solo gli zoccoli dei cavalli.

Ogni volta è la stessa cosa; esco per fare due passi, e m’incammino, guardando distrattamente la punta delle scarpe, assorto nei pensieri, insieme a quella solitudine che ancora posso permettermi, senza una meta precisa. Poi arrivo davanti all’ingresso del cimitero, do una sbirciata alle file ordinate di tombe, e ripenso a coloro che adesso vi dimorano e che un tempo conoscevo. Allora entro, percorro pochi metri del sentiero, con la ghiaia che scricchiola sotto le suole, e lui è li. La sua tomba è a pochi passi dall’entrata. Quando è giunto qui, in un giorno d’inverno come questo, aveva appena trentadue anni. In quel periodo di tempo aveva fatto cose che molti non realizzano in una vita. In paese, lo conoscevano tutti.

Lo conoscevo anch’io.

Noi non eravamo propriamente amici. Ci aveva fatto incontrare una passione infinita per la stessa squadra, per i medesimi colori bianconeri. Senza la Juve non ci saremmo mai incrociati. Senza la Juve non lo ricorderei. 

Mi sto bagnando, non ho l’ombrello. Lui, invece, è protetto dalla più nobile coperta che un tifoso possa sognare: nel suo giaciglio sotterraneo lo accompagna la maglia numero dieci del capitano Alex Del Piero.

Guardo la sua foto, lui sorride soddisfatto, sorrido anch’io e sorridiamo insieme come quel giorno indimenticabile del 2002. Era maggio, il 5 maggio. 

Faceva caldo quel giorno, un caldo già estivo. Mi ero alzato tardi, che diavolo, almeno la domenica. Una sistemata veloce e via, all’edicola a prendere il giornale. Le campane spandevano un rigoglioso suono di festa e di speranza. Io, invece, avevo lo stomaco chiuso. Di aspettative per quel giorno ne avevo ben poche: ultima di campionato e l’Inter avanti di un maledetto punto! Uno solo ma, purtroppo, sufficiente a condannarci. Bastava che quelli vincessero all’Olimpico contro una Lazio senza problemi di classifica ed eravamo fregati.

All’epoca pochi avevano la pay tv, chi voleva vedere la partita doveva accalcarsi in qualche bar. Quel giorno non volevo farlo, preferivo mandare giù tutta la rabbia in colpo solo piuttosto che soffrire lentamente per novanta minuti. E così ero tornato a casa deciso ad isolarmi da radio e tv, tanto le probabilità di avere buone notizie erano praticamente nulle.

Sì, era la cosa giusta da fare.

Sarei riuscito a resistere? Sapevo già che non ce l’avrei fatta.  

C’è poca gente oggi a visitare i volti del passato, e quei pochi se ne vanno presto al riparo.

Lui non aveva certo di questi problemi, era un calciatore e di pomeriggi a lottare nel fango sotto la pioggia ne aveva passati parecchi.

Aveva un sacco di interessi, oltre a giocare allenava i ragazzini, era un vero patito del pallone guardato e, prima di tutto, giocato. Di recente era stato perfino nominato assessore allo sport. Non  come me che appena ho un minuto libero mi fiondo sul divano a leggere.  Sono sempre stato così, il calcio lo guardo soltanto, eppure quando la Juve è in campo, io, davanti ad uno schermo, a centinaia o migliaia di chilometri, percepisco le vibrazioni del terreno. 

Ero sul divano anche quel pomeriggio di maggio. In tv il telegiornale non parlava d’altro: collegamenti con Udine e Roma, cronisti che davano ognuno una formazione diversa. L’Olimpico sembrava il Meazza, pieno di interisti che già festeggiavano il titolo: avevano perfino le bandiere con già stampato lo scudetto di quel campionato!

Udine, d’altra parte, era tutta Juve, ma con molta più discrezione, con il buon senso di chi sa quanto sia improbabile raggiungere l’obiettivo.

Le quindici si avvicinavano, l’ansia era insopportabile. Mi alzai dal divano e compresi che tutti i miei propositi erano svaniti nel nulla: avevo perso. Presi la bici e puntai deciso verso un televisore. Mi infiltrai nel bar Agorà, un simpatico locale del centro, noto ritrovo di Juventini, dove ero certo che i presenti sarebbero stati tutti bianconeri: se si doveva cadere, saremmo caduti assieme.

Quando entrai mancavano pochi minuti all’inizio, ma il bar, di solito affollato in occasione delle partite, era semivuoto, segno che molti la pensavano come me, meglio approfittare del bel tempo, andare al mare, isolarsi, e soffrire alla fine.

Il proiettore sparava sul telo bianco l’immagine un po’ sfocata delle squadre che entravano in campo ad Udine. I nostri avevano la maglia nera da trasferta. Mi arroccai, con una birra che non avrei mai bevuto, ad un tavolo solitario. In quello di fianco c’era lui.  Insieme a due amici, trasudava apprensione. Ci salutammo. Infilai all’orecchio l’auricolare della radio e tutti immediatamente si raccomandarono di tenerli informati di ciò che accadeva a Roma. Nemmeno il tempo di annuire che Trezeguet ci portò in vantaggio. Nessuno esultò, solo sguardi d’intesa e qualche sorriso tirato. Eravamo soltanto all’inizio… 

Sono solo ormai nel camposanto, sta per imbrunire e tra poco il cancello automatico si chiuderà.

Nella tomba accanto riposa Diana, sua moglie, e subito dopo Claudia, sua cognata. Erano tutti e tre sul treno, diretti a Roma.  Poi lo schianto, i vagoni attorcigliati, i titoli di coda di un film appena iniziato. Nessuno poteva immaginare quel destino, arcigno come una catena alla gola, che quando cerchi di elevarti, di liberarti dalla monotonia di un’esistenza scontata, ti spezza il collo.   

Ciò che stava accadendo in quel giorno memorabile, con l’Inter che perdeva 3 a 2 ad un quarto d’ora dalla fine e la Juve in vantaggio 2 a 0, virtualmente campione d’Italia, lo avevamo solo sognato. Non riuscivamo a crederci. La nausea e la tachicardia mi ferivano lo stomaco. Lui faceva roteare la birra dentro la bottiglietta fissando lo schermo. Nessuno di noi si aspettava nulla di buono da Roma, il fendente poteva arrivare da un momento all’altro.

E il fendente arrivò, ma a nostro favore.

Fui il primo a saperlo, la voce del cronista mi trafisse l’orecchio come una pugnalata. Impiegai diversi secondi prima di realizzare l’accaduto e poi lo urlai a me stesso e ai presenti “Quarta rete della Lazio!!!”. Stavolta nessuno si trattenne, l’esplosione di entusiasmo fece scattare in piedi tutti quanti. Lui si alzò con troppa irruenza e rovesciò il tavolo con tutto quel che c’era sopra. Alla fine ci precipitammo in strada a gridare al mondo la nostra incredula esultanza.

Eravamo in tanti ed eravamo uno. 

Da allora, quando ci s’incontrava, la Juve era il primo argomento, ed un pensiero a quel 5 maggio che s’era vissuto insieme non mancava mai. Avevamo la Juve nel sangue, lei ci apparteneva e sentivamo che noi, noi e gli altri milioni di tifosi, eravamo in realtà la Juventus.

Per questo, quando quel 7 gennaio 2005, lui, Donatello Zoboli, rimase ucciso nel disastro ferroviario di Crevalcore, sentii il dovere di informare la Società, e di chiedere un gesto di stima per un grande tifoso che veniva a mancare, uno di noi.

Inviai una lettera via fax e la Juve non esitò un istante.

La maglia di Alex arrivò il giorno successivo, e rimase sulla bara tutto il tempo dell’estremo saluto. Ora è con lui, nel suo riposo, per sempre. 

Sarà meglio andare, fa freddo ed ormai è quasi buio. Ripercorro il sentiero a ritroso, lentamente.

Mercoledì ci aspetta un turno proibitivo di Champions League.

Poche speranze, ma chissà, forse giovedì ripasserò da queste parti.