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La
pioggia fine scivola leggera sulla lapide di
marmo, i fiori, adagiati nel vaso vicino
alla foto, ne trarranno qualche ora di vita
in più. Una leggera foschia intorpidisce il
paesaggio.
Passo
spesso di qui, su questo viale dall’aria
antica che conduce al camposanto, coi suoi
tigli imponenti schierati ai lati come
silenti guardie d’onore. E il luogo del
paese che preferisco. Chissà che meraviglia
doveva essere qualche decennio addietro,
quando non c’erano auto e motorini
smarmittati a turbarne la quiete e si
udivano solo gli zoccoli dei cavalli.
Ogni
volta è la stessa cosa; esco per fare due
passi, e m’incammino, guardando
distrattamente la punta delle scarpe,
assorto nei pensieri, insieme a quella
solitudine che ancora posso permettermi,
senza una meta precisa. Poi arrivo davanti
all’ingresso del cimitero, do una sbirciata
alle file ordinate di tombe, e ripenso a
coloro che adesso vi dimorano e che un tempo
conoscevo. Allora entro, percorro pochi
metri del sentiero, con la ghiaia che
scricchiola sotto le suole, e lui è li. La
sua tomba è a pochi passi dall’entrata.
Quando è giunto qui, in un giorno d’inverno
come questo, aveva appena trentadue anni. In
quel periodo di tempo aveva fatto cose che
molti non realizzano in una vita. In paese,
lo conoscevano tutti.
Lo
conoscevo anch’io.
Noi
non eravamo propriamente amici. Ci aveva
fatto incontrare una passione infinita per
la stessa squadra, per i medesimi colori
bianconeri. Senza la Juve non ci saremmo mai
incrociati. Senza la Juve non lo
ricorderei.
Mi
sto bagnando, non ho l’ombrello. Lui,
invece, è protetto dalla più nobile coperta
che un tifoso possa sognare: nel suo
giaciglio sotterraneo lo accompagna la
maglia numero dieci del capitano Alex Del
Piero.
Guardo la sua foto, lui sorride soddisfatto,
sorrido anch’io e sorridiamo insieme come
quel giorno indimenticabile del 2002. Era
maggio, il 5 maggio.
Faceva caldo quel giorno, un caldo già
estivo. Mi ero alzato tardi, che diavolo,
almeno la domenica. Una sistemata veloce e
via, all’edicola a prendere il giornale. Le
campane spandevano un rigoglioso suono di
festa e di speranza. Io, invece, avevo lo
stomaco chiuso. Di aspettative per quel
giorno ne avevo ben poche: ultima di
campionato e l’Inter avanti di un maledetto
punto! Uno solo ma, purtroppo, sufficiente a
condannarci. Bastava che quelli vincessero
all’Olimpico contro una Lazio senza problemi
di classifica ed eravamo fregati.
All’epoca pochi avevano la pay tv, chi
voleva vedere la partita doveva accalcarsi
in qualche bar. Quel giorno non volevo
farlo, preferivo mandare giù tutta la rabbia
in colpo solo piuttosto che soffrire
lentamente per novanta minuti. E così ero
tornato a casa deciso ad isolarmi da radio e
tv, tanto le probabilità di avere buone
notizie erano praticamente nulle.
Sì,
era la cosa giusta da fare.
Sarei
riuscito a resistere? Sapevo già che non ce
l’avrei fatta.
C’è
poca gente oggi a visitare i volti del
passato, e quei pochi se ne vanno presto al
riparo.
Lui
non aveva certo di questi problemi, era un
calciatore e di pomeriggi a lottare nel
fango sotto la pioggia ne aveva passati
parecchi.
Aveva
un sacco di interessi, oltre a giocare
allenava i ragazzini, era un vero patito del
pallone guardato e, prima di tutto, giocato.
Di recente era stato perfino nominato
assessore allo sport. Non come me che
appena ho un minuto libero mi fiondo sul
divano a leggere. Sono sempre stato così,
il calcio lo guardo soltanto, eppure quando
la Juve è in campo, io, davanti ad uno
schermo, a centinaia o migliaia di
chilometri, percepisco le vibrazioni del
terreno.
Ero
sul divano anche quel pomeriggio di maggio.
In tv il telegiornale non parlava d’altro:
collegamenti con Udine e Roma, cronisti che
davano ognuno una formazione diversa.
L’Olimpico sembrava il Meazza, pieno di
interisti che già festeggiavano il titolo:
avevano perfino le bandiere con già stampato
lo scudetto di quel campionato!
Udine, d’altra parte, era tutta Juve, ma con
molta più discrezione, con il buon senso di
chi sa quanto sia improbabile raggiungere
l’obiettivo.
Le
quindici si avvicinavano, l’ansia era
insopportabile. Mi alzai dal divano e
compresi che tutti i miei propositi erano
svaniti nel nulla: avevo perso. Presi la
bici e puntai deciso verso un televisore. Mi
infiltrai nel bar Agorà, un simpatico locale
del centro, noto ritrovo di Juventini, dove
ero certo che i presenti sarebbero stati
tutti bianconeri: se si doveva cadere,
saremmo caduti assieme.
Quando entrai mancavano pochi minuti
all’inizio, ma il bar, di solito affollato
in occasione delle partite, era semivuoto,
segno che molti la pensavano come me, meglio
approfittare del bel tempo, andare al mare,
isolarsi, e soffrire alla fine.
Il
proiettore sparava sul telo bianco
l’immagine un po’ sfocata delle squadre che
entravano in campo ad Udine. I nostri
avevano la maglia nera da trasferta. Mi
arroccai, con una birra che non avrei mai
bevuto, ad un tavolo solitario. In quello di
fianco c’era lui. Insieme a due amici,
trasudava apprensione. Ci salutammo. Infilai
all’orecchio l’auricolare della radio e
tutti immediatamente si raccomandarono di
tenerli informati di ciò che accadeva a
Roma. Nemmeno il tempo di annuire che
Trezeguet ci portò in vantaggio. Nessuno
esultò, solo sguardi d’intesa e qualche
sorriso tirato. Eravamo soltanto all’inizio…
Sono
solo ormai nel camposanto, sta per imbrunire
e tra poco il cancello automatico si
chiuderà.
Nella
tomba accanto riposa Diana, sua moglie, e
subito dopo Claudia, sua cognata. Erano
tutti e tre sul treno, diretti a Roma. Poi
lo schianto, i vagoni attorcigliati, i
titoli di coda di un film appena iniziato.
Nessuno poteva immaginare quel destino,
arcigno come una catena alla gola, che
quando cerchi di elevarti, di liberarti
dalla monotonia di un’esistenza scontata, ti
spezza il collo.
Ciò
che stava accadendo in quel giorno
memorabile, con l’Inter che perdeva 3 a 2 ad
un quarto d’ora dalla fine e la Juve in
vantaggio 2 a 0, virtualmente campione
d’Italia, lo avevamo solo sognato. Non
riuscivamo a crederci. La nausea e la
tachicardia mi ferivano lo stomaco. Lui
faceva roteare la birra dentro la
bottiglietta fissando lo schermo. Nessuno di
noi si aspettava nulla di buono da Roma, il
fendente poteva arrivare da un momento
all’altro.
E il
fendente arrivò, ma a nostro favore.
Fui
il primo a saperlo, la voce del cronista mi
trafisse l’orecchio come una pugnalata.
Impiegai diversi secondi prima di realizzare
l’accaduto e poi lo urlai a me stesso e ai
presenti “Quarta rete della Lazio!!!”.
Stavolta nessuno si trattenne, l’esplosione
di entusiasmo fece scattare in piedi tutti
quanti. Lui si alzò con troppa irruenza e
rovesciò il tavolo con tutto quel che c’era
sopra. Alla fine ci precipitammo in strada a
gridare al mondo la nostra incredula
esultanza.
Eravamo in tanti ed eravamo uno.
Da
allora, quando ci s’incontrava, la Juve era
il primo argomento, ed un pensiero a quel 5
maggio che s’era vissuto insieme non mancava
mai. Avevamo la Juve nel sangue, lei ci
apparteneva e sentivamo che noi, noi e gli
altri milioni di tifosi, eravamo in realtà
la Juventus.
Per
questo, quando quel 7 gennaio 2005, lui,
Donatello Zoboli, rimase ucciso nel disastro
ferroviario di Crevalcore, sentii il dovere
di informare la Società, e di chiedere un
gesto di stima per un grande tifoso che
veniva a mancare, uno di noi.
Inviai una lettera via fax e la Juve non
esitò un istante.
La
maglia di Alex arrivò il giorno successivo,
e rimase sulla bara tutto il tempo
dell’estremo saluto. Ora è con lui, nel suo
riposo, per sempre.
Sarà
meglio andare, fa freddo ed ormai è quasi
buio. Ripercorro il sentiero a ritroso,
lentamente.
Mercoledì ci aspetta un turno proibitivo di
Champions League.
Poche
speranze, ma chissà, forse giovedì ripasserò
da queste parti. |