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Torino, 24 ottobre 2008. Ore 15:00
Mario trascinava le gambe esili lungo Piazza
Castello.
Si fermò per un attimo ad ammirare Palazzo
Madama e la sua ricca facciata barocca,
quasi ignara di avere un alter ego
medievale.
Sorrise ironico all’ idea che Palazzo Madama
fosse in realtà la metafora dei due aspetti
temporali dell’ esistenza. I virtuosismi
della gioventù, la forza, il vigore, la
voglia matta di padroneggiare la propria
vita, l’incoscienza e poi…
E
poi il buio, il retrogusto amaro, l’inverno
della vecchiaia.
Tuttavia la coscienza era ben sveglia,
presente, e spesso si trasfigurava in
rimorso… Rimorso.
Distolse lo sguardo da quella che fu la
residenza di “Madama” Maria Cristina di
Savoia e si rimise in marcia.
Oltrepassò, quasi urtandolo, un turista
giapponese munito di videocamera e
buonumore, intento a riprendere l’artistica
struttura verde dell’ edicola dirimpetto
alla residenza sabauda, con tanto di
edicolante al suo interno.
Il cielo era azzurro, l’aria tiepida. Per
quanto novembre fosse alle porte, il sole
non aveva alcuna intenzione di impallidire.
Si tastò la barba ispida, davanti a lui due
bambini rincorrevano un piccione.
La vita era dura, Torino era bella e
malinconica.
Torino, 24 ottobre 2008. Ore 20:00
-
Come è andata in ufficio?-
Era una domanda di rito, che a volte
esprimeva rassegnazione.
Gabriele sapeva che sua moglie Monica
avrebbe atteso, ogni sera, una risposta. Con
la speranza di comunicare, con la speranza
di non sprofondare nella banale
conversazione di routine, tipica degli
ultimi periodi.
Avrebbe gioito se lui avesse risposto di
andare al diavolo, almeno per una volta,
piuttosto che il solito “E’ andata bene” .
-
E’ andata magnificamente- rispose questa
volta.
Deglutì l’ultima foglia di insalata e
bevve un sorso di vino.
La casa era calda e l’ambiente della cucina,
con i pensili in massello di noce e le
stoviglie sporche ordinatamente riposte sul
lavello, trasmetteva serenità e tepore.
Monica corrugò la fronte e lo fissò,
perplessa, dal profondo dei suoi occhi
verdi.
Gabriele ricambiò con uno sguardo fugace.
Si accorse che lei aveva cominciato a
tastarsi i capelli.
Aveva sempre trovato quel suo gesto
irresistibile. Dio, se l’amava…
Dopo otto anni di matrimonio e un
pargoletto ne era innamorato più che mai,
avrebbe ammirato in eterno quel suo vizio di
tastarsi i morbidi capelli neri e passarli
sulle labbra, sul naso, sulle guancie,
deliziosamente nervosa, ansiosa, la pelle
candida, delicata, profumata.
Ma era stanco, sembrava lo fosse da sempre.
Non riusciva a distogliere l’ attenzione dai
suoi pensieri, legato ad essi
irrimediabilmente, come un bambino, un uomo,
un anziano e tutto ciò che vive lo è alla
sua esistenza.
Echeggiavano contorti, confusi, chiassosi
come una fila di auto in attesa di un
semaforo verde che non scattava mai,
fomentando proteste e ingiurie.
Il silenzio fu interrotto dal piccolo Thomas,
che aveva appena finito di addentare
l’ultima fetta di prosciutto.
-
Papi, andiamo a lavarci i dentini?-
-
Sì, Thomas. Andiamo a lavarci i dentini-
-
Papi, andiamo a vedere la Juve
domenica,contro il Torino?-
-
Certo che ci andiamo, con tanto di cappello,
sciarpa e maglietta!-
Anche quella notte Gabriele non avrebbe
chiuso occhio. I suoi pensieri erano
racchiusi in unico grande contenitore che si
chiamava rimorso… Rimorso.
Insieme rimboccarono le coperte a Thomas e
insieme lo baciarono sulla fronte, dopo aver
spento la piantana azzurra di fianco al suo
letto.
Gabriele lo rassicurò ancora una volta.
Sarebbero andati insieme a vedere il derby.
Thomas sognava di diventare un attaccante di
classe, come Del Piero, o come Amauri.
Anche se il suo giocatore preferito era
Nedved. Perché combatte gli aveva
confessato una volta, sorridendo, davanti
alla scuola.
Immersi nell’ intima oscurità della loro
camera in rovere moro, Gabriele e Monica
rimasero in silenzio per alcuni minuti.
-Ti manca?- disse lei. La voce
apparentemente distaccata, in realtà tradiva
ansia ed emozione.
-
Non lo so. Vorrei tanto dimenticarlo, ma…
non ci riesco. Buonanotte amore-
Fissò il buio del soffitto e sospirò.
L’ansia lo avrebbe portato a fumare
l’ennesima sigaretta…
D’altronde il tinello era a due passi.
Torino, la città dorme
La stazione di Porta Nuova, mai spoglia di
genti, mai orfana del riecheggiare dei
passi di viaggiatori distratti, ospitava in
un angolo un uomo avvolto da articoli di
cronaca nera e di politica interna.
Il fabbricato viaggiatori sembrava un’ Arca
di Noè in attesa del diluvio.
La frenesia dei viaggiatori, unita alla loro
disordinata marcia verso i binari, regalava
all’ambiente un aspetto grottesco.
Mario dormiva, la schiena inarcata e le mani
raccolte nelle ginocchia. Dormiva e
sognava…
Non era andato a lavoro, quel giorno. Alle
11:00 aveva telefonato a Vittoria, sua
moglie, farfugliando di imprevisti,
straordinari, disponibilità al sacrificio
per il bene dell’ azienda in crisi,
dicendole di non aspettarlo e di non
preoccuparsi. Sarebbe rincasato in piena
notte.
Era andato da lei, quel pomeriggio. Aveva
raggiunto Milano alle 15:00 in punto, a
bordo della sua fedele Fiat Croma rossa.
Avevano visto insieme una mostra al Museo
di Arte Contemporanea, l’arte informale di
artisti come Licini, Turcato, Tancredi.
Attimi interminabili, d’altronde a lui cosa
importava dell’ arte?
Era seguita una cena intima a casa di lei,
arricchita da un buon vino e da risa,
maliziose effusioni, complicità. E poi… il
letto.
Avevano fatto l’amore fino alle due di
notte, violenti, passionali, in balia degli
istinti più reconditi, rapiti dai
sensi,incuranti del tempo, dello spazio.
Si erano addormentati, abbracciati l’uno
all’ altra, esausti, sfiniti, sazi e poi…
Squilla il suo telefono cellulare.
-
Papà…-
-
Ga…Gabriele sei tu?-
-
Papà, la ma…- segue un sospiro - la mamma è
morta.-
Gelo, silenzi… buio.
-
Papà, dov’eri? Papà, ha avuto un malore
improvviso … L’ha ritrovata la sua vicina,
riversa sul pavimento, in salotto, la porta
d’ingresso era socchiusa… Papà dov’ eri?-
Singhiozzi, buio, spasmi improvvisi… buio.
Il calore di una mano che lo scuote, lo
schiaffeggia con energia, lo maltratta…
Buio.
La prego, può accendere la luce? Anche solo
un vecchio lume a petrolio…Ci sarà un
dannato interruttore in questo posto, oh
Dio…Oh Dio, cosa ho fatto? Dov’erodov’erodov’ero?
Oh Dio…
-
Papà, svegliati-
Torino, 25 ottobre 2008, ore 6:00- Il
risveglio
-
Papà, svegliati-
Stropicciò gli occhi. Poteva sentire la voce
dello speaker, lontana, che annunciava un
treno in arrivo da Lecce.
Gambe dall’ andamento frenetico gli
passavano davanti, seguite da valigie,
trolley, borsoni, bambini trascinati a forza
e assonnati, il tutto corredato da mormorii
e imprecazioni.
E’
un esodo, sussurrò a se stesso.
Poggiò lentamente le dita sul pavimento
gelido, soffermandosi sulle biglietterie
aperte, sulla fiumana di viaggiatori in
coda e in attesa di fare il biglietto.
Intorno a lui ciò che rimaneva della sua
coperta, fogli di giornale sparpagliati
lungo il corridoio di accesso ai binari.
-
Papà, sei sveglio?-
Gabriele era di fronte a lui. Indossava un
cappotto a doppio petto, sul quale era
adagiata una sciarpa di ciniglia blu, e un
paio di blu- jeans.
Posò gli occhi sui suoi capelli pettinati
all’ indietro, brizzolati, il naso
leggermente aquilino, le occhiaie profonde,
gli occhi azzurri e stanchi.
-
Papà, come stai…-
Il tono della sua voce era apparentemente
distaccato, ma nello stesso tempo colmo di
emotività.
Se avesse potuto coglierlo come si coglie un
fiore, avrebbe trovato in esso un
incontrollabile vortice di emozioni.
-
In questi anni ci ho provato, credimi. Ho
fatto tutto il possibile per odiarti,
disprezzarti, dimenticarti, cancellarti
dalla mia vita!
Ma, Dio mi è testimone, non posso impedire a
me stesso di volerti bene.
Vieni, ti porto a casa, Thomas e Monica
saranno felici di rivederti.-
Afferrò per le braccia un uomo dal viso
scarno e stravolto, dal naso aquilino, dalle
labbra sottili e contorte in una smorfia,
vestito di una giacca a quadri sulla quale
erano raggrumati i resti di frugali pasti,
polvere e sporcizia. Sotto la giacca un
maglione sbiadito, le esili gambe vestite
di un paio di pantaloni sgualciti e
maleodoranti.
Sollevò un uomo scalzo, dai capelli bianchi,
oleosi, troppo lunghi, arruffati, un uomo
che per la prima volta, dopo anni, aveva
gli occhi cosparsi di timide lacrime,
pervasi da una luce di… speranza.
Gabriele prese il borsone semiaperto di
Mario, colmo di stracci e di solitudine.
-
E questo cos’è?- Estrasse dal borsone una
maglietta a strisce verticali bianco e nere.
-
Non… non lo so!-
Mario era stupito quanto il figlio. Quella
maglietta era indubbiamente sbucata dal
nulla.
-
Non ha mai fatto parte del mio guardaroba,
almeno negli ultimi cinque anni!-
Risero sonoramente.
Sulla maglia giaceva un foglio bianco.
-
Sembra una lettera per te, papà-
-
Una lettera? Leggimela, ti prego.-
Gabriele aggrottò le sopracciglia,
perplesso ma nello stesso tempo curioso.
Dopo un breve sospirò cominciò a leggere.
Coraggio Mario, vecchio cuore bianconero.
Dopo un infortunio c’è sempre la
riabilitazione e il riscatto, la voglia di
tornare a essere protagonisti, di vincere.
Vivi la tua vita con la gioia e la passione
che merita… non mollare mai.
Con affetto,
Del Piero, Buffon, Camoranesi, Nedved,
Trezeguet, Chiellini, Amauri, Legrottaglie,
Iaquinta, Mellberg, Sissoko, Andrade,
Marchionni, Chimenti, De Ceglie, Ekdal,
Giovinco, Grygera, Knezevic, Manninger,Poulsen,
Molinaro, Marchisio, Salihamidzic, Zanetti,
Tiago, Zebina, Ariaudo.
Mr. Ranieri
Era stata scritta in un corsivo elegante e
ordinato, con una stilografica a inchiostro
nero.
Ed era autografata da ogni singolo
componente della Vecchia Signora.
Mario spalancò la bocca come per esprimere
la gioia di quel momento, ma le parole
divennero commozione.
Si tennero stretti, immersi nel caos
frenetico della stazione di Porta Nuova che
si risvegliava dal torpore dell’alba.
Immobili, l’uno abbracciato all’ altro, si
strinsero con forza, si baciarono.
Mario scompigliò i capelli ordinati di
Gabriele, gli pizzicò le guancie con forza.
Piansero di gioia.
Poco distante, nel la penombra dei portici
di via Nizza, un uomo in occhiali da sole e
il suo sorriso salirono furtivamente su un
taxi.
-
Mamma, ma quello non è Alessandro Del
Piero?- Esclamò un bambino, indicando la
vettura bianca.
-
Chi, cosa?- rispose la madre, distratta dai
rumori dei passanti e dal traffico.
Il bambino scosse la testa, deluso.
Posò lo sguardo curioso verso l’auto ,
sempre più lontana, un veicolo silenzioso e
discreto che veniva inghiottito dai suoi
simili, graziose e rumorose scatole di
lamiera dirette verso la naturale routine
della giornata.
Strinse forte la mano di sua madre, nel
vano tentativo di renderla partecipe di
quanto aveva appena visto.
-
Mamma, ma era Del Piero!-
-
Sì tesoro, ti credo, però camminiamo più
veloce, altrimenti arrivi tardi a scuola.-
Rassegnato ma nello stesso tempo emozionato,
sollevò il capo e rivolse la sua gioia al
cielo.
Le nuvole avrebbero presto lasciato la
scena a timide forme di indaco e il sole
avrebbe fatto la sua meravigliosa comparsa.
L’aria era tiepida, Torino era bella e
umana.
Torino era bianconera.
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