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DEDICA

di  Stefano Migneco

  

Torino, 24 ottobre 2008. Ore  15:00

Mario trascinava le gambe esili lungo Piazza Castello.

Si fermò per un attimo ad ammirare Palazzo Madama e la sua ricca facciata barocca, quasi ignara di avere un alter ego medievale.

Sorrise ironico all’ idea che Palazzo Madama fosse in realtà la metafora dei due aspetti temporali dell’ esistenza. I virtuosismi della gioventù, la forza, il vigore, la voglia matta di padroneggiare la propria vita, l’incoscienza e poi…

E poi il buio, il retrogusto amaro, l’inverno della vecchiaia.

Tuttavia la coscienza  era ben sveglia, presente, e spesso si trasfigurava in rimorso… Rimorso.

Distolse lo sguardo da quella che fu la residenza di “Madama”  Maria Cristina di Savoia e si rimise in marcia.

Oltrepassò, quasi urtandolo, un turista giapponese munito di videocamera e buonumore, intento a riprendere l’artistica struttura verde dell’ edicola dirimpetto alla residenza sabauda, con tanto di edicolante al suo interno.

Il cielo era azzurro, l’aria tiepida. Per quanto novembre fosse alle porte,  il sole non aveva alcuna intenzione di impallidire.

Si tastò la barba ispida, davanti a lui due bambini rincorrevano un piccione.

La vita era dura, Torino era bella e malinconica. 

Torino, 24 ottobre 2008. Ore 20:00

- Come è andata in ufficio?-

Era una domanda di rito, che a volte esprimeva rassegnazione.

Gabriele sapeva che sua moglie Monica  avrebbe atteso, ogni sera, una risposta. Con la speranza di comunicare, con la speranza di non sprofondare nella banale conversazione di routine, tipica degli ultimi periodi.

Avrebbe gioito se lui avesse risposto di andare al diavolo, almeno per una volta, piuttosto che il solito “E’ andata bene” .

- E’ andata magnificamente- rispose questa volta.

Deglutì l’ultima  foglia di insalata  e bevve un sorso di vino.

La casa era calda e l’ambiente della cucina, con i pensili in massello di noce e le stoviglie sporche ordinatamente riposte sul lavello, trasmetteva serenità e tepore.

Monica  corrugò la fronte e lo fissò, perplessa, dal profondo dei suoi occhi verdi.

Gabriele ricambiò con uno sguardo fugace.

Si accorse che lei aveva cominciato a tastarsi i capelli.

Aveva sempre trovato quel suo gesto irresistibile.  Dio, se l’amava…

Dopo otto  anni di matrimonio e un pargoletto ne era innamorato più che mai, avrebbe ammirato in eterno quel suo vizio di tastarsi i morbidi capelli neri e passarli sulle labbra, sul naso, sulle guancie, deliziosamente nervosa, ansiosa, la pelle candida, delicata, profumata.

Ma era stanco,  sembrava lo fosse da sempre.

Non riusciva a distogliere l’ attenzione dai suoi pensieri, legato ad essi irrimediabilmente, come un bambino, un uomo, un anziano e tutto ciò che vive lo è alla sua esistenza.

Echeggiavano contorti, confusi, chiassosi come una fila di auto in attesa di un semaforo verde che non scattava mai, fomentando proteste e  ingiurie.

Il silenzio fu interrotto dal piccolo Thomas, che aveva appena finito di addentare l’ultima fetta di prosciutto.

- Papi, andiamo a lavarci i dentini?-

- Sì, Thomas. Andiamo a lavarci i dentini-

- Papi, andiamo a vedere la Juve domenica,contro il Torino?-

- Certo che ci andiamo, con tanto di cappello, sciarpa e maglietta!-

Anche quella notte Gabriele non avrebbe chiuso occhio. I suoi pensieri erano racchiusi in unico grande contenitore che si chiamava rimorso… Rimorso.  

Insieme rimboccarono le coperte a Thomas e insieme lo baciarono sulla fronte, dopo aver spento la piantana azzurra di fianco al suo letto.

Gabriele lo rassicurò ancora una volta. Sarebbero andati insieme a vedere il derby. 

Thomas sognava di diventare un attaccante di classe, come Del Piero, o come Amauri.

Anche se il suo giocatore preferito era Nedved. Perché combatte gli aveva confessato una volta, sorridendo, davanti alla scuola. 

Immersi nell’ intima oscurità della loro  camera in rovere moro, Gabriele e Monica rimasero in silenzio per alcuni minuti.

-Ti manca?-  disse lei. La voce apparentemente distaccata, in realtà tradiva ansia ed emozione.

- Non lo so. Vorrei tanto dimenticarlo, ma… non ci riesco. Buonanotte amore-

Fissò il buio del soffitto e sospirò. L’ansia lo avrebbe portato a fumare l’ennesima sigaretta…

 D’altronde il tinello era a due passi.

Torino, la città dorme

La stazione di Porta Nuova, mai spoglia di genti,  mai  orfana del riecheggiare dei passi di viaggiatori distratti, ospitava in un angolo  un uomo  avvolto da articoli di cronaca nera e di politica interna.

Il fabbricato viaggiatori sembrava un’ Arca di Noè in attesa del diluvio.

La frenesia dei viaggiatori, unita alla loro disordinata marcia verso i binari, regalava  all’ambiente un aspetto grottesco.

Mario dormiva, la schiena inarcata e le mani raccolte nelle ginocchia. Dormiva e sognava… 

Non era andato a lavoro, quel giorno. Alle 11:00 aveva telefonato a Vittoria, sua moglie, farfugliando di imprevisti, straordinari, disponibilità al sacrificio per il bene dell’ azienda in crisi, dicendole di non aspettarlo e di non preoccuparsi. Sarebbe rincasato in piena notte.

Era andato da lei, quel pomeriggio. Aveva raggiunto Milano alle 15:00 in punto, a bordo della sua fedele Fiat Croma  rossa.

Avevano visto insieme  una mostra al Museo di Arte Contemporanea, l’arte informale di artisti come Licini, Turcato, Tancredi.

Attimi interminabili, d’altronde a lui cosa importava dell’ arte?

Era seguita una cena intima a casa di lei, arricchita da un buon vino e da risa, maliziose effusioni, complicità. E poi…  il letto.

Avevano fatto l’amore fino alle due di notte, violenti, passionali, in balia degli istinti più reconditi, rapiti dai sensi,incuranti del tempo, dello spazio.

Si erano addormentati, abbracciati l’uno all’ altra, esausti, sfiniti, sazi e poi…

Squilla il suo telefono cellulare.

- Papà…-

- Ga…Gabriele sei tu?-

- Papà, la ma…- segue un sospiro  - la mamma è morta.-

Gelo, silenzi… buio.

- Papà, dov’eri? Papà, ha avuto un malore improvviso … L’ha ritrovata la sua vicina, riversa sul pavimento, in salotto, la porta d’ingresso era socchiusa… Papà dov’ eri?-

Singhiozzi, buio, spasmi improvvisi… buio.

Il calore di una mano che lo scuote, lo schiaffeggia con energia, lo maltratta…

Buio.

La prego, può accendere la luce? Anche solo un vecchio lume a petrolio…Ci sarà un dannato interruttore in questo posto, oh Dio…Oh Dio, cosa ho fatto? Dov’erodov’erodov’ero? Oh Dio…

- Papà, svegliati-

Torino, 25 ottobre 2008, ore 6:00- Il risveglio

- Papà, svegliati-

Stropicciò gli occhi. Poteva sentire la voce dello speaker, lontana,  che annunciava un treno in arrivo da Lecce.

Gambe dall’ andamento frenetico gli passavano davanti, seguite da valigie, trolley, borsoni, bambini trascinati a forza e assonnati, il tutto corredato da mormorii e imprecazioni.

 E’ un esodo, sussurrò a se stesso.

Poggiò lentamente le dita sul pavimento gelido, soffermandosi sulle biglietterie aperte,  sulla fiumana di viaggiatori in coda e in attesa di fare il biglietto.

Intorno a lui  ciò che rimaneva della sua coperta,  fogli di giornale sparpagliati lungo il corridoio di accesso ai binari.

- Papà, sei sveglio?-

Gabriele era di fronte a lui. Indossava un cappotto a doppio petto, sul quale era adagiata una sciarpa di ciniglia blu, e un paio di blu- jeans.

Posò gli occhi sui suoi capelli pettinati all’ indietro, brizzolati, il naso leggermente aquilino, le occhiaie profonde, gli occhi azzurri e stanchi.

- Papà, come stai…-

Il tono della sua voce era apparentemente distaccato, ma nello stesso tempo colmo di emotività.

Se avesse potuto coglierlo come si coglie un fiore,  avrebbe trovato in esso  un incontrollabile vortice di emozioni.

- In questi anni  ci ho provato, credimi. Ho fatto tutto il possibile per odiarti, disprezzarti, dimenticarti, cancellarti dalla mia vita! 

Ma, Dio mi è testimone, non posso impedire a me stesso di volerti bene. 

Vieni, ti porto a casa, Thomas e Monica saranno felici di rivederti.-

Afferrò per le braccia un uomo dal viso scarno e stravolto, dal naso aquilino, dalle labbra sottili e contorte in una smorfia, vestito di una giacca a quadri sulla quale erano raggrumati i resti di frugali pasti, polvere e sporcizia.  Sotto la giacca un maglione sbiadito,  le esili gambe vestite di un paio di pantaloni sgualciti e maleodoranti.

Sollevò un uomo scalzo, dai capelli bianchi, oleosi,  troppo lunghi,  arruffati, un uomo che per la prima volta, dopo  anni, aveva gli occhi cosparsi di timide lacrime, pervasi da una luce di… speranza.

Gabriele prese il borsone semiaperto di  Mario, colmo di stracci e di solitudine.

- E questo cos’è?-  Estrasse dal borsone una maglietta a strisce verticali bianco e nere.

- Non… non lo so!- 

Mario era stupito quanto il figlio. Quella maglietta era indubbiamente sbucata dal nulla.

- Non ha mai fatto parte del mio guardaroba, almeno negli ultimi cinque anni!-

Risero sonoramente.

Sulla maglia giaceva un foglio bianco.

- Sembra una lettera  per  te, papà-

- Una lettera? Leggimela, ti prego.-

 Gabriele aggrottò le sopracciglia,  perplesso ma nello stesso tempo curioso.

Dopo un breve sospirò cominciò a leggere.

Coraggio Mario, vecchio cuore bianconero.

Dopo un infortunio c’è sempre la riabilitazione e il riscatto, la voglia di tornare a essere protagonisti, di vincere. 

Vivi la tua vita con la gioia e la passione che merita… non mollare mai.

Con affetto,

Del Piero, Buffon, Camoranesi, Nedved, Trezeguet,  Chiellini, Amauri, Legrottaglie,  Iaquinta, Mellberg, Sissoko, Andrade, Marchionni, Chimenti, De Ceglie, Ekdal, Giovinco, Grygera, Knezevic, Manninger,Poulsen, Molinaro, Marchisio, Salihamidzic, Zanetti, Tiago, Zebina, Ariaudo.

Mr. Ranieri

Era stata scritta in un corsivo elegante e ordinato, con una stilografica a inchiostro nero.

Ed era autografata da ogni singolo componente della Vecchia Signora.

Mario spalancò la bocca come per esprimere la  gioia di quel momento, ma le parole  divennero commozione.

Si tennero stretti, immersi nel caos frenetico della stazione di Porta Nuova che si risvegliava dal torpore dell’alba.

Immobili, l’uno abbracciato all’ altro, si strinsero  con forza, si baciarono.

Mario scompigliò i capelli ordinati di Gabriele, gli pizzicò le guancie con forza.

Piansero di gioia. 

Poco distante, nel la penombra dei portici di via Nizza, un uomo in occhiali da sole e il suo sorriso salirono furtivamente su un taxi.

- Mamma, ma quello non è Alessandro Del Piero?- Esclamò un bambino, indicando la vettura bianca.

- Chi, cosa?-  rispose la madre, distratta dai rumori dei passanti e dal traffico.

 Il bambino scosse la testa, deluso.

 Posò  lo sguardo curioso verso l’auto , sempre più lontana, un veicolo silenzioso e discreto che veniva inghiottito dai suoi simili, graziose e rumorose scatole di lamiera dirette verso la naturale routine della giornata.

Strinse forte la mano di sua madre, nel vano  tentativo di renderla partecipe di quanto aveva appena visto.

- Mamma, ma  era Del Piero!-

- Sì tesoro, ti credo, però  camminiamo più veloce, altrimenti arrivi tardi a scuola.-

Rassegnato ma nello stesso tempo emozionato, sollevò il capo e  rivolse la sua gioia al cielo.

Le nuvole avrebbero presto lasciato la scena  a timide forme di indaco e il sole avrebbe fatto la sua meravigliosa comparsa.

L’aria era tiepida, Torino era bella e umana.

Torino era bianconera.